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11 settembre 1973: Allende cantato dai Nomadi


Salvador era un uomo…vissuto da uomo…morto da uomo”

Salvador Allende

“Viva il Cile! Viva il Popolo! Viva i Lavoratori!... Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà vano; sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.”

Sono circa le 9:20 dell’11 settembre 1973 quando Salvador Allende termina con queste parole l’ultimo di cinque brevi messaggi alla nazione dai microfoni di Radio Magallanes; poco dopo sarebbe morto.

La consapevolezza che la fine sta per arrivare è ben radicata nella voce, eppure non manca la volontà di lasciare a testamento per il popolo (lo stesso che nell’ottobre del 1970 lo aveva democraticamente eletto Presidente, nonostante la sua fazione politica, Unidad Popolar, non avesse la maggioranza in parlamento) la stessa idea di giustizia e di uguaglianza sociale che ne aveva animato la sua candidatura…fino alll’annunciazione della formazione del suo gabinetto (per la prima volta nella storia del Cile, quattro operai diventarono ministri)… fino alla decisione di nazionalizzare le miniere di rame… fino alla fine!

Salvador Allende fu dunque un Presidente “minoritario”. Un Presidente del popolo e per il popolo. Un Presidente addirittura anti-costituzionale, nel suo chiedere sempre il parere e l’appoggio ai partiti che lo sostenevano, quando si trattava di prendere decisioni o provvedimenti.

Questo figlio della media borghesia cilena, che seppe far propria la voce di chi contava poco, non si piegò mai a chi quella voce avrebbe voluto metterla a tacere… neppure quando era il momento di andare… e infatti Salvador non fu ucciso!

Salvador volle morire… e lo fece di mano propria; quando alle 13:30 le forze armate, che alle 6:00 avevano dato l’avvio alle operazioni militari, portano a compimento il golpe (e non senza l’appoggio degli USA: ”Fate tutto il possibile per danneggiarlo e farlo cadere” … così il Presidente Nixon al segretario di Stato, al capo di Gabinetto e ai vertici CIA) Salvador Allende è nel salone dell’Indipendenza assieme ai suoi più fedeli collaboratori e compagni; i militari sono ormai padroni della Moneda… non resta che la resa, e l’ordine del Presidente è proprio quello di scendere verso i piani inferiori e di concedersi ai golpisti; lui sarebbe sceso per ultimo.

Invece non lo fece. Rimase nel suo studio e si sparò…per fuggire il rischio di venir meno alla promessa fatta al Cile tre anni prima…chè la sua resa avrebbe avuto tutto il sapore della sconfitta e del tradimento per chi gli aveva dato la fiducia.

Il potere cadde così nelle mani della destra… e di Augusto Pinochet; il generale della cui fiducia Salvador, fino all’ultimo, non aveva mai neppure dubitato; il generale della “carovana della morte”, che solo recentemente è stato chiamato a rispondere dell’accusa di crimini contro l’umanità e della scomparsa di settantasette persone nel 1973; lo stesso generale che, solo due anni dopo il colpo di Stato militare, seppe farsi eleggere, pseudo-democraticamente, presidente della Repubblica cilena.

Fino al 1990 il popolo cileno china il capo al sopruso e alla dittatura di Pinochet… poi lo rialza.


Salvador
(Nomadi) 

Salvador era un uomo,
vissuto da uomo,
morto da uomo,
con un fucile in mano.

Nelle caserme i generali
brindavano alla vittoria
con bicchieri colmi di sangue
di un popolo in catene.

Da un cielo grigio di piombo
piovevano lacrime di rame;
il Cile piangeva disperato
la sua libertà perduta.

Mille madri desolate
piangevano figli scomparsi;
l'amore aveva occhi sbarrati
di una ragazza bruna.

Anche le colombe
erano diventate falchi,
gli alberi d'ulivo
trasformati in croci.

Da un cielo grigio di piombo
piovevano lacrime di rame;
il Cile piangeva disperato
la sua libertà perduta.

Ma un popolo non può morire,
non si uccidono idee;
sopra una tomba senza nome
nasceva la coscienza.

Mentre l'alba dalle Ande
rischiara i cieli,
cerca il suo nuovo nido
una colomba bianca.

Da un cielo grigio di piombo
piovevano lacrime di rame,
il Cile piangeva disperato
la sua libertà perduta.

 

 


E proprio nel ‘90 esce “Solo Nomadi”, l’album che contiene “Salvador”.

Questo è l’impegno dei Nomadi, questa la loro voglia di diffondere l’immagine ed il ricordo di chi ha lottato per rendere il mondo un po’ meno brutto, questa la consapevolezza che per mostrarlo questo mondo bisogna raccontarlo pure nei suoi tratti più reali… e per questo più amari; la stessa consapevolezza che produsse, nell’opinione generale ed in quella mediatica, l’idea che i Nomadi portassero sfortuna, solo perché in “Canzone per un’amica”, scritta da Francesco Guccini, raccontavano della sorte di una ragazza morta sull’autostrada (“Cattiva pubblicità alle Autostrade Italiane” fu un ulteriore capo d’accusa per quel brano!); oppure che fossero portatori di un messaggio ateo e anticlericale: è forse nota la vicenda di “Dio è morto”, brano anch’esso scritto da Guccini, censurato dalla RAI (fu trasmesso solo dopo l’aggiunta del sottotitolo “se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”) e trasmesso invece fin da subito dalle frequenze della Radio del Vaticano… bizzarra discrepanza tra bigottismi!

E la carriera dei Nomadi è ricca di questa verità narrativa… e le loro pagine animate da chi questa verità ha contribuito a crearla, a volte nel tentativo di renderla giusta, altre nella consapevole paura di averla resa invece tragica.

E allora ecco personaggi noti, come Salvador Allende, appunto, o Chico Mendez a difesa degli Indios e della foresta amazzonica (“Ricordati di Chico”), e altri meno noti… addirittura anonimi, come il ragazzo con i sacchetti di plastica in mano che in piazza Tien An Men cercava di fermare i carri armati (“Uno come noi”), o i Desaparecidos argentini (“Canzone per i Desaparecidos”), o ancora gli abitanti delle favelas brasiliane (“In favelas”, incisa con gli Inti Illimani, gli stessi che, esuli in Italia contro il regime cileno, nel ricordo di Salvador Allende incisero “Viva Chile”)… e altri ancora, che sarebbe facile condannare per partito preso, ma le cui coscienze rimasero di certo indelebilmente macchiate dalla colpa, quando la consapevolezza della storia insegnò loro l’errore commesso, come l’uomo incaricato di sganciare la bomba atomica sul Giappone (“Il pilota di Hiroshima”) o come il militare tedesco che assistette alla deportazione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale (“L’uomo di Monaco”).

Nello stesso discorso con cui abbiamo iniziato Salvador dice: “La storia giudicherà […] più prima che poi si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore”… e lo stesso principio di auspicio anima molte delle canzoni di questo gruppo ormai da quarantadue anni sulla scena; soprattutto quelle in cui la stessa speranza di Allende si leva proprio dal loro narrare la realtà nell’amarezza della storica disfatta per uomini e popoli…uomini e popoli alla ricerca dell’uguale…e alla radice di ideali che non finiscono con loro…chè ”un popolo non può morire…non si uccidono idee”.

[Dario Coriale]

 

[10.09.2005]




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