Malavita organizzata e Calabria, questo il tema del film “Nessuno deve sapere” andato in onda nelle sue sei puntate a Santa Severina di fronte ad un folto pubblico.
Aperta Giovedì 16 Agosto la rassegna cineforiale, varata dal Cinecircolo “Anna Magnani” con la collaborazione del Comune di Santa Severina e il patrocinio dell’Assessorato al Turismo e alle Attività Produttive della Regione Calabria, si è conclusa il 21 Agosto con la proiezione della sesta e ultima puntata.

Un tema purtroppo di scottante attualità di fronte ai fatti di sangue di Duisburg che hanno visto coinvolte cosche calabresi e riportato senza gloria nelle prime pagine la regione. E’ quanto ha sottolineato, in apertura del film, Antonio Minasi (nella foto), già dirigente della Rai e giornalista, che svolge la sua frenetica attività culturale tra Roma, dove risiede, e Palmi, di cui è originario, coinvolto nel 1971 nelle riprese del film di Mario Landi.

“La partecipazione della Taurus Film tedesca nella produzione dello sceneggiato, ha ricordato Minasi, costrinse Landi a recuperare in Germania uno dei protagonisti del film al fine di dare in qualche modo visibilità alla matrice tedesca dei fondi. Una matrice che nella trama in realtà per nulla era visibile. I giochi della malavita organizzata locale nel recupero di appalti e subappalti, la figura di un boss locale, i tanti fatti di sangue che caratterizzano la storia erano tutti elementi tipici di una realtà locale, che il regista e il suo staff – nel quale io stesso figuravo – mirava ad evidenziare e bollare. Non tutti, ha continuato Minasi, ebbero una positiva reazione di fronte al film.

Dopo la prima puntata ricordo che alcuni parlamentari calabresi inoltrarono una interrogazione parlamentare contro la Rai e il regista protestando contro un film che, a loro avviso, finiva per dare della regione e della sua gente un’immagine nefasta. Landi dovette giustificare la scelta del tema spiegando che lo sceneggiato intendeva denunciare il fenomeno malavitoso ed esortare la gente a reagire”.
Tanti gli aneddoti legati alle riprese raccontati da Minasi, a partire dalla scelta degli attori primo tra tutti il protagonista Salvo Randone. “Nel 1971, ha rilevato Minasi, Randone era il re del teatro, acclamato in ogni parte della penisola. L’affidamento a Randone del personaggio di Badalamessa mirava a rendere minacciosa e imponente nel contempo la figura del boss. Ma il regista non aveva calcolato gli effetti, per molti versi imbarazzanti, della bravura di Randone. In chiaro contrasto con le finalità del film l’attore, infatti, riuscì da par suo a calarsi a tal punto nelle vesti di Badalamessa da far apparire quasi accettabili le ragioni del malavitoso, costringendo Landi a stemperarne la parte e ridurne il peso nello sceneggiato. Non mancò di suscitare imbarazzi anche l’attrice protagonista, originaria del Nord Italia e per questo poco credibile per via del suo accento nella parte di una donna del profondo Sud. Accanto alla parte le furono impartite “lezioni di dialetto” al fine di amalgamarla al meglio nella parte del personaggio assegnatole”.
Girato tra Isola Capo Rizzuto, Le Castella e Santa Severina e faticosamente recuperato dal Cinecircolo “Anna Magnani” dopo una lunga trattativa con la Rai, lo sceneggiato “Nessuno deve sapere” si chiude con la morte di Badalamessa freddato a colpi di pistola sul sagrato della Chiesa Madre di Santa Severina. “La scena, ha ricordato Minasi, prevedeva la caduta del boss sui gradini del sagrato. Chiaramente non era Randone a cadere ma una controfigura specializzata che, vista la pericolosità del ruolo, era stata pagata a peso d’oro. Ma gli inconvenienti non mancano mai. Capitò infatti che, nel cadere, la controfigura si facesse male con un aggravio di spese notevole per una produzione che certo non navigava nell’oro. Fu necessario perciò recuperare un altro cascatore e chiudere la scena celermente per limitare i costi del film”.

Quale la peculiarità del prodotto e, dunque la sua indubbia eccezionalità? L’essere stato girato in molte sue parti proprio a Santa Severina con un ampio numero di comparse locali a fare da cornice al protagonista Salvo Randone. L’acquisizione di “Nessuno deve sapere” da parte del “Magnani” sicuramente riempie un vuoto in quella fetta di cinematografia nata ai bordi del Marchesato Crotonese, nel quale ha attinto storie, luoghi, personaggi.
Un lavoro di recupero che ha portato il Cinecircolo a recuperare negli scorsi anni pellicole altrettanto preziose e introvabili riproponendole all’attenzione della popolazione di Santa Severina e del circondario: da “Il Brigante” di Renato Castellani (1960), a “Il Brigante Musolino” a “Il Lupo della Sila” proposti, ad esempio, nelle piazze dei comuni di San Mauro Marchesato, Scandale, Cotronei, San Giovanni in Fiore.

Personalmente non avevo mai sentito parlare di “Nessuno deve sapere” di Mario Landi. Avevo solo pochi anni quando il film venne girato e la memoria di quell’evento si confondeva in me con i giochi infantili. Fu durante la proiezione nel 2001 a Santa Severina de “Il Brigante” di Renato Castellani, che, a conclusione della spettacolo, un nutrito numero di persone mi menzionò questo film in forma vaga senza indicazione né regista né dell’anno di produzione. Incuriosito mi misi comunque alla ricerca del prodotto, sicuro che esso avrebbe arricchito la videoteca del Cinecircolo “Anna Magnani” nato solo da qualche anno. Le mie prime ricerche furono vane in funzione soprattutto del fatto che non avevo elementi utili se non il titolo. L’anno seguente, dopo la proiezione in piazza de “Il brigante Musolino” mi venne fatta la medesima richiesta questa volta arricchita di maggiori elementi di indagine tra i quali il nome del regista. Sulla base di questo nuovo dato ripresi a fine estate la mia indagine sollecitato anche dalla pressante richiesta della signora Teresa Bubba Lazzaro, che mi ricordava come, giovane e sposata da qualche anno, avesse partecipato come comparsa alle riprese insieme ai suoi figli ancora piccoli.
Fu questa accorata richiesta a indurmi ad una promessa: avrei recuperato il film, sebbene sul momento non sapessi indicare i tempi. Dopo una serie di nuove indagini imboccai la strada giusta: la serie televisiva non era stata mai pubblicata. Poteva tuttavia essere richiesta direttamente alla Rai, previa presentazione di esplicita richiesta da parte di una associazione che si occupava di cinema, di una motivazione culturale, di un congruo compenso.
Alcuni elementi c’erano, già mancavano i fondi. Recuperati questi negli anni seguenti attraverso le tante attività svolte dal “Magnani” nulla ostacolava ormai il recupero del film: c’era solo da armarsi di pazienza, con fax e controfax, firma di contratti ecc.: un lavoro pazientemente seguito per circa un anno, da Settembre 2006 a Maggio 2007 al fine di avere il prodotto pronto per l’estate del 2007. Così è stato. Anche se, purtroppo la signora Teresa Bubba Lazzaro non c’è più, la proiezione del film rimane alla sua memoria: una richiesta meritoria, la sua, che il “Magnani”, come promesso, ha inteso onorare.
[Giuseppe Squillace]