Dopo le incursioni degli Arabi che misero a ferro e fuoco la Calabria ed anche il Crotonese, fu Niceforo Foca, fra l’885 ed l’886, a riconquistare Santa Severina all’Impero bizantino al tempo dell’ imperatore costantinopolitano Basilio I. Dopo la riconquista santa severinese, l’Imperatore volle nella cittadina del Crotonese una Metropolia che controllasse, dal punto di vista religioso, un’ampia area della Calabria mediana.

Questa Arcidiocesi coincise quasi precisamente con quel Marchesato crotonese che, costituito nel XIII (secondo Marchesato in tutti Italia, cronologicamente secondo solo a quello di Vasto in Abruzzo), ebbe per confini i fiumi Tacina e Lipudi, i monti della Sila ed il mare.
L’importanza che Bisanzio dava a questa Metropolia è collegata al periodo in cui sorse, in una fase storica cioè in cui l’Impero costantinopolitano iniziava a perdere parte del proprio controllo e del proprio potere in Occidente.
Per la sua costituzione, una leggenda vuole che Anastasio, patriarca di Bisanzio, infastidito dalla vanità d’alcuni vescovi calabresi, col favore imperiale, li fece schiavi assegnando a Santa Severina il controllo delle diocesi d’Oria, Acerenzia, Gallipoli, Alessiano e Castro.
Sembra essere stato proprio questo primo nucleo, dai confini poco chiari, il più antico nucleo del territorio santa severinese su cui, nel IX tomo della sua “Italia Sacra”, il cistercense Ferdinando Ughelli, nel XVII secolo, scriveva: “La provincia di Santa Severina è esposta largamente nell’alta Calabria, adesso è arricchita di sei vescovati suffraganei. Un tempo esisteva una settima sede vescovile quella di San Leonia che, nel 1517 fu soppressa ed unita in perpetuo a quella metropolitana; della sua posizione precisa non siamo certi. Primo fra i vescovati suffraganei – aggiunge Ughelli - è quello di Cerenzia, il secondo è Cariati (la città dista da Santa Severina 12 miglia, la frazione maritma 30) terza è la diocesi di Umbriatico, quarta quella di Strongoli, quinta quella di Isola, sesta quella di Belcastro”.
Dalla cronostasi, i primi vescovi santa severinesi di cui si conserva il nome e qualche notizia sono Giovambattista, vescovo greco citato in una lapide situata nel battistero e Stefano di cui si parla in un diploma del re Ruggero al momento dell’istituzione della diocesi di Squillace.
Comunque siano andate le cose relativamente all’istituzione di quest’Arcidiocesi, Santa Severina ed il suo territorio rappresentarono una vera e propria isola di “grecità” nell’Italia Meridionale ben oltre allo Scisma fra cattolici ed ortodossi avvenuto nel 1052. Per le diocesi suffraganee della potente Metropolia di Santa Severina ricordiamo che una delle ultime loro riorganizzazioni avvenne ad opera di papa Pio VII che il 28 giugno 1818 firmava la bolla “De Utilitari”.
Tornando alla descrizione dell’Ughelli, Lo scrittore parla di una diocesi ubicata nella cittadina di San Leonia comparsa nei primi documenti a partire dal 1275 quando in un diploma è scritto che è amministrata da un “episcopus grecus”, ma che già al tempo dell’Ughelli era scomparsa. Gli studi più recenti tendono a collocare questa diocesi nei pressi della cittadina di Scandale. Come ritengono alcuni studiosi, furono trovati proprio nei pressi di quella che fu l’antica San Leonia alcune colonne e la raffigurazione in pietra dei due leoni attualmente situati sulla tomba del nobile De Luca nel Battistero santa severinese.
Fra le altre diocesi suffraganee di Santa Severina la più settentrionale fu quella di Umbriatico. Tale cittadina sembra essere fra le più antiche dell’alto Crotonese essendo stati trovati nei sue pressi alcuni reperti risalenti all’ età degli Enotri.
Complesse, secondo gli storici più accreditati, le origini di tale diocesi; secondo una tradizione quella di Umbriatico fu l’erede della più antica diocesi di Cirò. Oltre a tale cittadina il suo territorio era costituita dai territori di Crucoli, Casabona, Melissa, Tinghe, Carfizzi e San Nicola dell’Alto.
Probabilmente, la diocesi cirotana fu trasferita più a monte al tempo dei Normanni per gli attacchi alla costa dei Saraceni. Il primo vescovo di Umbriatico su cui si conserva il nome è Cervasio che, nel 1122, partecipò alla presenza di papa Callisto II alla consacrazione della cattedrale di Catanzaro. A testimoniare l’antichità di questa diocesi la cattedrale, dedicata al culto di San Donato, costruita su un’antica cripta del V secolo.
Proprio nel territorio di questa suffraganea di Santa Severina è da secoli presenti una comunità albanofona ancora riconoscibile con cui la Metropolia santa severinese dovette, inevitabilmente, confrontarsi.
Una delle prime attestazioni su tale presenza è contenuta in una lettera di mons. Francesco Capasacco vescovo di Umbriatico che, nel 1472, accettava l’avvento di alcuni militari albanesi e delle loro famiglie in alcune terre disabitate della sua diocesi.
A distanza di decenni, al tempo del Concilio tridentino (1545-1563) la presenza albanofona nella diocesi di Umbriatico doveva essere ancora consistente se mons. Giuseppe Cerare Foggia, anch’egli vescovo di Umbriatico, lamentava problematiche relative a differenze fra i Cattolici di rito latino e quelli di rito greco residenti fra le cittadine di Pallagorio, Carfizzi, San Nicola dell’Alto ma anche nelle cittadine di Melissa, Crucoli e Casabona.
In una posizione ancora più interna, ecco la diocesi suffraganea di Acerentia. Il suo antico centro storico, ricco di 9 chiese, fu quasi totalmente distrutto dal terremoto del 1783 ed abbandonato definitivamente. Per fortuna i suoi ruderi sono, finalmente, destinatari delle ultime amministrazioni comunali che sembrano interessate alla loro rivalutazione architettonica.
Il suo primo vescovo di cui si tramanda il nome è Policronio che, nel 1099, chiedeva all’Arcidiocesi santa severinese di fondare, nel suo territorio, il monastero cistercense di Calabromaria d’Altilia. Verso il 1340, la diocesi di Cerenzia fu aggregata a quella di Cariati ed il nuovo territorio comprendeva i paesi di Ventinaro, Caccuri, Scala Coeli, Monte Spinello, Belvedere Spinello e San Marcello.
Più a valle verso lo Jonio, ecco la diocesi di Strongoli, amministrante un territorio poco più ampio del comune.
“Chi fondato avesse questa diocesi e con quale motivo ed in quale tempo, con altre somiglianti circostanze – scrive fr. Giovanni da Fiore, altro religioso e storiografo del XVII secolo, nella “Calabria Illustrata” – sarebbero notizie necessarissime a sapersi, ma finora per la malvagità de’ tempi seppellite fra l’oscurissime tenebre di quella venerabile ma infelice antichità”.
Probabilmente questa diocesi fu fondata intorno all’anno 1000 ed il primo vescovo di cui rimane il nome è Aladio che, nel 1178, era in contatto episcopale con un’arciconfraternita messinese dedicata al culto di Santa Maria Latina.
La più meridionale fra le diocesi suffraganee di Santa Severina fu quella di Isola Capo Rizzuto che sino alla soppressione ebbe un territorio poco più ampio del territorio comunale compresa la frazione maritma di Le Castella.
La storia narra che tale diocesi fu creata dopo l’anno Mille quando fu trasformato in cattedrale un preesistente monastero benedettino; negli stessi anni ancora p. Ferdinando Ughelli attesta che il primo vescovo di Isola sia stato un certo Luca “noto per un privilegio del conte Ruggero che concesse vari diritti alla diocesi ed alla mensa vescovile”.
Queste donazioni da parte dei Conti normanni alle diocesi suffraganee di Santa Severina non sono collegabili esclusivamente alla munificenza dei nuovi signori della Calabria ma anche al loro tentativo di legare a se le nuove ed antiche diocesi esistenti nell’Entroterra jonico calabrese, arginare la potenza del Rito greco che, in ogni modo, mantenne quasi tutto il Crotonese legato a Bisanzio sino al XIV secolo.
[Francesco Rizza]