“Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà”.
Queste parole sono state ritrovate nello zaino di Jan Palach, ventunenne studente di filosofia di Praga; lo zaino è stato ritrovato in un angolo di Piazza San Venceslao; poco distante il giovane Jan stava bruciando: arso vivo, dal fuoco, dalle idee e dalla voglia di liberta.
Era il 16 gennaio del 1969 e la Primavera di Praga toccava il suo culmine, proprio nel pieno dell’inverno…proprio nel pieno della lotta.
La Cecoslovacchia non era una terra libera, le idee di chi la abitava non lo erano, né la voce di chi si opponeva ad una situazione di oppressione sociale e culturale che non lasciava troppa aria ai respiri.
Ma facciamo un passo indietro.
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4 aprile 1949; Washington: dodici nazioni occidentali - tra le quali USA, Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo - firmano il Patto Atlantico, da cui avrà poi origine la North Atlantic Treaty Organization (ovverosia la NATO).
14 maggio 1955; Varsavia: l’URSS e tutti i paesi comunisti dell’Europa orientale ad eccezione della Jugoslavia (Albania, Romania, Polonia, Bulgaria, Ungheria, Germania Est e Cecoslovacchia) firmano il trattato di collaborazione militare elaborato da Nikita Sergeevič Khruščёv. Solo e soltanto così si poteva far fronte alle forze del Patto Atlantico.
E cominciò la Guerra Fredda.
Il Patto si basava sulla cosiddetta Dottrina Brežnev, che così recitava: “quando forze ostili al socialismo cercano di deviare lo sviluppo dei paesi socialisti verso il capitalismo, questo diventa un problema, non solo della nazione interessata, ma un problema comune a tutti gli stati socialisti”.
Viene da sé che, qualsiasi tentativo di svincolarsi dalle forzature politiche e sociali direttamente derivanti dalla dispotica egemonia dell’URSS su tutti gli altri Stati che avevano aderito al Patto, era vista (dagli stessi sovietici) esattamente come un tentativo di “deviare lo sviluppo dei paesi socialisti verso il capitalismo”.
Eh bhe; il pericolo in questi casi era veramente incombente. Bisognava fare qualcosa. E così fu!
Nel 1956 era stata la volta dell’Ungheria, che sotto la guida del riformista Nagy tentò un parziale ripristino della libertà politica, senza troppo mitigare a tale proposito l’ipotesi di uscire dal Patto di Varsavia. La risposta dell’Unione Sovietica fu tanto immediata quanto spietata, e la Rivoluzione Ungherese fu sedata nel sangue e sotto i cingoli in appena due settimane.
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Primavera di Praga
Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce...
Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermò la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...
Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava,
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
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Nel 1968, toccò invece alla Cecoslovacchia. Il “Socialismo dal volto umano” promosso dal leader del Partito Comunista Cecoslovacco Alexander Dubcek e dalla sua “Primavera di Praga” era discordante con l’idea di libertà che animava i vertici rossi di Mosca…quasi cacofonico.
Troppo riformisti questi cecoslovacchi; troppo moderni; troppo primaverili.
E allora ecco l’URSS alle prese coi primi tentativi di mediazione diplomatica nella speranza di riconvertire un popolo alla veneranda sottomissione, e - (molto) poco dopo - con l’opzione militare, che si mostrava in tutta la sua potenziale efficacia: bisognava attaccare. E giù di carri armati.
Nel mese di agosto del 1968 le truppe del Patto di Varsavia occupano la Ceslovacchia; le conseguenze
immediate sono due: una politica, cioè la destituzione di Dubcek che fu rimpiazzato dal più brezneviano Husak; l’altra civile (e se vogliamo, demografica), ovvero l’emigrazione subitanea di 70000 cecoslovacchi che cercarono rifugio nei Paesi occidentali (in totale fuggirono dalla Cecoslovacchia quasi 300000 persone).
La repressione e la voglia di libertà lottarono a lungo, fino a al fuoco di Jan, e oltre il suo sacrificio (e quello di altri suoi sette giovani compagni, di cui pare che i media non abbiano dato grandi notizie).
Oltre quel sacrificio ci furono infatti tutte le correnti sotterranee che nel 1977 portarono alla fondazione del movimento “Charta 77”, capeggiato dal drammaturgo Havel, che nel 1989 - sotto l’egida sanante della “Perestroika” - divenne capo dello Stato, prima di indire (nel giugno del 1990) le prime elezioni libere del Paese. E il muro di Berlino ormai stava cadendo.
E Guccini?
E Guccini scriveva, scriveva, di lena e qualità poetica…e di grande attualità. E infatti, quando esce Due anni dopo - l’album che contiene appunto Primavera di Praga - è proprio il 1969.
Guccini praticamente era lì. Guccini vedeva, scrutava e cercava verità e realtà da cantare. Guccini, o meglio Francesco (così firmò i suoi primi tre dischi, tra i quali compare proprio il nostro Due anni dopo), nella stringata essenzialità del suo canto e della sua chitarra, voleva solo raccontare storie, con il suo piglio passionale e partecipativo, e questo faceva. Questo ha fatto, e questo continua a fare da quasi quarant’anni, con alti e bassi, certo, ma questo continua a fare.
Primavera di Praga altro non è che una di queste storie, un piccolo film di realtà cruda e vera, con i suoi personaggi in corsa e in lotta, con la sua scenografia “di antichi fasti” e di muri imbrattati da “frasi consuete”, con i suoi effetti sonori di grida brevi e di suoni di voce, con i suoi effetti speciali di “fiamma violenta ed atroce” e di folla che sudava sangue, con il suo protagonista in fiamme…e con una massa di gente muta, di comparse mosse da empatica commiserazione e comunione di intenti e di idee, di “uomini stanchi di chinar la testa e di tirare avanti”.
Guccini è come se questo film lo girasse; lo cura nei minimi dettagli, e l’inseparabile chitarra dei primi dischi è lo strumento dinamico nella narrazione dell’azione; quella chitarra che arpeggia in modo stentato e rassegnato l’inizio di ogni strofa è partecipe della situazione che si appresta ad accompagnare: è partecipe del giorno che (forse anche metaforicamente) finisce nella piazza grigia; è partecipe della paura, del dolore e delle grida lanciate da “ogni muro di Praga”; è partecipe della stanchezza degli uomini, del loro odio e della loro rabbia repressa.
Ma poi ogni volta la chitarra si riscatta, in una sorta di marcia trionfale e scarna. Ogni volta. Quando si pronuncia la parola “Praga” e quando si parla del fuoco e di chi lo ha alimentato col proprio sangue: prima “la fiamma violenta ed atroce”, poi “la fiamma col suo fumo nero”…
…E poi “quel fumo si sparse lontano”, l’idea corre e la fiamma, a vessillo di sacrificio e libertà, raduna un milione di persone al funerale di un ragazzo di appena ventun'anni, ché “Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava, all’orizzonte del cielo di Praga”.
[Dario Coriale]
[20.12.2005]