Mastica e sputa: l’anima salva, e l’altra faccia dei maiores.
Parlare di Fabrizio De Andrè, a sette anni dalla sua scomparsa, comporta la difficoltà di schivare il rischio di ridire quanto altri hanno già detto e raccontato fin troppe volte, sulla sua vita, sulle sue canzoni, sulle sue idee.
Tanti si sono occupati di lui, soprattutto da quando il destino lo ha consegnato alla gloria delle memorie collettive ed al mito, ancora adesso giovanile, sebbene quarant'anni esatti separino la fine dal suo esordio.
Tanto è stato scritto - si diceva - finanche di questo timore di essere banali e ripetitivi, e il solo modo per sottrarvisi, magari pure solo in parte, è forse quello di concentrare il pensiero e l'intuizione su un raggio d'azione non troppo vasto - un singolo album per esempio,e magari testi alla mano - per evitare così di perdersi in ciò che si potrebbe dire.
E poi, attingere dalle impressioni personali, che non suonino solo - seppure ormai con difficoltà - come puri dati di fatto, a loro volta comunque inevitabilmente essenziali qualora si tenti di rendere organica ogni qualsiasi ricerca o una semplice opinione.
"I maiores nel mondo latino erano coloro che detenevano i privilegi, ed esercitavano l'autorità e il potere. Oggi questi maiores sono diminuiti di numero, ma la loro diminuzione è direttamente proporzionale all'aumento, in loro favore, dei privilegi, dell' autorità, del potere, (ormai) pressoché illimitati [...]. I minores [...] saremmo poi tutti noi al di là del mestiere che facciamo [...]. Credo che la gente si sia per questo identificata con le minoranze emarginate, le protagoniste di Anime salve".
Così Fabrizio De Andrè si spiegava in un'intervista rilasciata a Carlo Moretti, che lo interrogava sulle valenze del suo ultimo lavoro, quell' Anime Salve, che nel 1996 chiudeva la sua carriera discografica.
Lavoro pregiato, nei testi e nella musica, scritto a quattro mani con Ivano Fossati. Lavoro consacrante.
Lavoro summa di tutti quei fermenti di protesta, forse discolpante, che animarono una carriera fatta di Musica e Parole, fin dagli esordi de La ballata dell'eroe (1961), primo vero brano di De Andrè - sebbene la sua produzione fosse incominciata tre anni prima, quando, nel 1958, uscirono E fu la notte e Nuvole barocche, scritte con (o forse semplicemente da) Stanisci, Franchi e Lario, e che, per fortuna e compiacimento di chi le interpretava, non ebbero tempo e modo di sortire troppi effetti, né di fare troppi danni.
De Andrè nasce borghese, ed in quanto tale risulta, anagraficamente e geneticamente, parte integrante di quei pilastri sociali su cui fanno leva i maiores...che sono i maiores.
Ma lui è un mattone instabile, una sorta di pietra angolare ideologicamente destabilizzante perchè "minoritaria", che, sulla scia di quel Brassens - che giorno dopo giorno colmava sempre più i suoi ascolti e le sue idee - vuole, se non insegnare, perlomeno mostrare ai suoi pari-ceto un rispetto che forse ancora non volevano riconoscere.
E lo fa con parole chiare e acerbe all'inizio, e poi con una vena poetica ancora inarrivata...forse inarrivabile nella vasta carrellata cantautorale italiana.
Lo fa parlando di suicidi, di eroi di patria e di Penelopi ad attenderli invano, di prostitute, fiumi, stelle e processioni, di drogati, di ladri e corde d'oro, di condannati a morte e nodi alla gola, di assassini, terroristi e sequestratori, di falegnami vecchi e rivoluzionari pacifisti morti e risorti, di colline e dei loro fuochi fatui, di sogni numerati e pozzi profondi più degli uomini.
Ma lo fa anche parlando di altri paraggi, di re astinenti e di vecchie contesse, di villaggi dietro a uno scemo, di vecchi professori che disprezzano pubbliche mogli, "di uomini senza fallo, semidei, banchieri, pizzicagnoli e notai", "di uomini cui pietà non convien sempre", di gente mascherata e guardie bigotte, di giudici con la faccia da uomo, di gendarmi, di presunti assolti comunque coinvolti, di "intellettuali d'oggi", di profeti acrobati, di ministri dei temporali, di gas esilaranti e piramidi di Cheope...di tutto il "potere vestito d'umana sembianza".

I due poli sono opposti, e sfidando una delle più sacrosante leggi fisiche, questa volta non si attraggono...piuttosto si distraggono: l'uno (il "polo sopra") per distogliere lo sguardo dal frutto del suo essere altro rispetto ad una realtà subalterna e da cui ci si riserva di mantenere le distanze per motivi - assolutamente legittimi!(?) - di ordine sanguigno; l'altro (il "polo sotto") per non immaginare troppo al di sopra le grazie di una superficie di cui sa di essere abisso, e per riuscire così, magari digrignando un po' i denti, a cavare comunque la vita dal letame.
E De Andrè vede, sa, e più che essere cosciente non finge di non esserlo...e quindi racconta, e per lui "la gente" è come un semi-interrato che porta lo stesso colore e lo stesso odore dei carruggi della Genova che canta e alla quale vuole appartenere...e alla quale, di fatto, appartiene.
E allora "Mastica e sputa!"; questa è la regola; una sorta di dettato morale; l'unica strada per conoscere e poi misconoscere con lo sputo i pregi che il sapore di questa incoerenza di genesi, effettivamente, non ha.
"Mastica e sputa!"...così comincia Ho visto Nina volare, ottavo brano dell'ultimo album che De Andrè ci ha lasciato. Ed in questa esortazione-comando-preghiera si può forse racchiudere tutta la rabbia ribelle che un anarchico dichiarato e convinto poteva scagliare nei confronti dell'autorità...di qualunque pasta essa fosse fatta; e Anime salve l'autorità la canta in ogni sua tempra e aspetto: dalla forma più elementare di un padre, che (proprio in Ho visto Nina volare) vuole contrapporsi ai desideri di un figlio sognatore e contadino pronto all'esilio per sfuggire alla scomunica, a quella più alta e inafferrabile di Chi o Cosa sta dove nessuno può arrivare in vita (in Smisurata preghiera, tratta dalla raccolta di poesie di Mario Mutis Summa di Maqroll. Il gabbiere).
Questo climax ascendente (o ascensionale)...da padre a Padre, i cui autoritari estremi si racchiudono in modo emblematico ancora in Ho visto Nina volare (prima "E se lo sa mio padre / dovrò cambiar paese / se mio padre lo sa / mi imbarcherò sul mare" e poi "Luce luce lontana / che si accende e si spegne / quale sarà la mano / che illumina le stelle"), questo climax - si diceva - si realizza attraverso le storie di una schiera di emarginati e di anime salve che, come ricorda lo stesso De Andrè, altro non sono se non (latinamente) "spiriti solitari" - a volta per volere, certe altre per dovere, ossia per l'altrui volere -
ed ecco, tra gli isolati spontanei, il protagonista della canzone che dà il titolo all'album, e che spiandosi nei fallimenti dovuti ad una esistenza che altri hanno, anagraficamente, deciso per lui, si guarda prima piangere in uno specchio di neve, fino a vedersi, poi, di spalle...partire...forse senza una meta, se non "i paesi di domani"...proprio come i rom di Khorakhanè, la cui unica ragione di viaggio è il viaggio e la cui abitudine all'elemosina (e poi, quando questa non appaga, al furto) ne legittima - nell'opinione della controparte - l'esclusione, la sottomissione, finanche la distruzione e comunque la persecuzione...la stessa che in Le acciughe fanno il pallone costringe i pesci più deboli a scappare da quelli più forti, verso una superficie in cui cercare una più salvifica solitudine...una superficie (e prima lo si diceva) di cui hanno comunque consapevolezza di essere il fondo.
Pure Fernandino/a - protagonista di Prinçesa, che apre l'album nello schiamazzo di strade di traffico e popolo - vuole emarginarsi, non riconoscendosi in un corpo che non vuole e che per questo, con la magia (an)estetica della chirurgia, trasforma in ciò che lui-lei si sente...una donna. E allora scappa, e si lascia ancora prendere dall'autorità, quella che veste i panni di un avvocato di Milano che ora la possiede (o ne è forse posseduto?).
E l'autorità ritorna nella veste, già nota, di un genitore, che decide del destino della figlia, la quale cerca il suo maggio in faccia ad un giovane che, amato, la ama. Ma si tratta di un'autorità meno influente di quella, altra ed altera, dell'Impero distante, in assenza della quale, tutto sommato, ci si può ancora mettere d'accordo, ci si può ancora capire, tanto tra minores si parla la stessa lingua...come il dialetto (qui genovese), pasolinianamente riconosciuto come espressione del popolo, e di cui A cumba, favola che racconta questa storia antica e mai vecchia, è l'unica rappresentante, proponendoci l'unico testo in tutto l'album, scritto non in italiano.
La Disamistade - "inimicizia" in dialetto (ancora) sardo - è invece, come sostiene lo stesso De Andrè, il frutto dell'incapacità, da parte di taluni, di eludere la forza dell'invidia di cui la faida è figlia, e che vorrebbe, paradossalmente, eliminare (uccidendolo) l'ultimo assassino, per muovere così verso la ricerca di un'originaria condizione paritaria che ci vorrebbe tutti uguali.
Quando poi i conti non tornano da sé, ché gli "spari di caccia" hanno spinto troppo lontano il loro frastuono, ecco di nuovo l'autorevole volto ...questa volta veste le toghe e le divise dell'umana legge, che non fa altro che compensare l'assenza dell'odio che viene a mancare quando, affannosamente, si cerca di riuscire a vivere senza soffrire troppo, trovando invece solo un odio dimezzato piuttosto che integro e totale.
Ha forse un proprio volto Dolcenera, che racconta dell'alluvione che colpì Genova nel '72. Come dice l'autore stesso, il protagonista - schiavo dei propri desideri e delle proprie voglie - non fa altro che auto-isolarsi (anch'egli) nella propria passione, fino a realizzare che la pioggia, a cui non può di certo prestare attenzione, stia cadendo a sproposito; e questa passione è "la moglie di Anselmo" ...lui le si dedica anima e corpo, e l'amplesso è suggellato dalla poesia - che forse tocca qui le vette più alte - e dalle immagini che lo accostano, in metafore di riuscitissima efficacia, a quanto sta accadendo "oltre il muro dei vetri"...ossia al "tumulto del cielo"; e così, forse, "l'acqua che spacca il monte" non è solo quella della furia che fuori imperversa, né lo è "l'acqua di spilli fitti" e "che stringe i fianchi", e non è neppure solo il mare che "ingorga gli anfratti, si ritira e risale"...ché poi si descrivono lenzuola gonfie e lotte scivolose e profonde. Poi spiove e, assieme alla consapevolezza della morte, ritorna la vita.
Si concretizza anche così l'Onnipotenza su cui spesso ci si interroga...e che qui De Andrè interroga, implora e quasi consiglia nell'ultimo brano del disco. Qui l'autorità si chiama "maggioranza", che per assonanza ed etimo ci riporta a quei maiores da cui eravamo partiti, e che si contrappone con astuzia meschina a "chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione" ed a tutti i "servi disobbedienti alle leggi del branco" che colmano la voce di chi, con la pretesa di una giustizia almeno ultraterrena, chiama in causa quel Dio, quello Spirito-Anima, quel Signore altre volte invocato in passato...fino alla fine...fino a questa Smisurata preghiera che chiude l'album e la carriera di De Andrè..."come un dovere".
[Dario Coriale]