Per tre notti, migliaia di migranti in tutta Italia sono rimasti in coda davanti agli uffici postali per ottenere il kit di regolarizzazione che, secondo la legge Bossi-Fini, avrebbero dovuto ritirare i datori di lavoro piuttosto che i regolarizzandi.
Quello che segue è un viaggio di pensieri, una condivisione d’intenti e sensazioni, un breve diario di bordo a narrare la nottata tra lunedì 13 e martedì 14 marzo, con le storie calme e disperate, le scelte sofferte e diventate vita, le corse sfrenate verso un numero chiuso, e il dettaglio incongruente che l’Italia è il Paese in cui per lavorare devi avere un permesso di soggiorno e per avere un permesso di soggiorno devi lavorare.
La Panda 4 x 4 era già pronta alle nove meno un quarto. Il tempo di organizzare le ultime cose e poi via, lungo una strada segnata. I taccuini e i viveri alla mano, e le teste scosse dalla curiosità di un’esperienza nuova e dalla guida sportiva di Silvia.
Ore 21: prima fermata - via Pizzardi. C’è gente di ogni colore che aspetta la notte. Al nostro arrivo la circospezione è la sensazione più tipica e diffusa. Leonardo annuncia trionfante l’arrivo di tè caldo e pizza, ma lo guardano strano.
- Ma è gratis?
- Certo che è gratis. Prego; prendete, prendete!
E vai! Una signora alta e moldava ci racconta che è in Italia da diversi anni e che è arrivato il momento di tentare la regolarizzazione. Nel frattempo addenta uno spicchio di margherita, ché per tutto il giorno non ha mangiato e la nottata è lunga.
Intanto, seduto sul gradino di un garage ben serrato, un ragazzo beve un po’ di tè.
- E’ buono, ma il nostro è meglio!
- Eh…si fa quel che si può!
E’ arrivato dal Bangladesh sette anni fa, e ha una moglie e due figli per i quali sta aspettando che la notte passi veloce.
Ore 21.33: ed è tempo di andare. Laura, Giulia e Gabriella raccolgono i cartoni vuoti della pizza; io e Mattia i termos del tè. E si riparte.
Ore 21.41: seconda fermata - via Mazzini. Parcheggio a rischio urto. Qui la fila è più ordinata. Si sono organizzati meglio e ognuno attende il proprio turno dietro le apposite transenne.
A. il marocchino e S. l’indiano stanno discutendo. S. ha un casco in testa, zoppica vistosamente e mostra quasi fiero e col tono della persuasione la sua mano sinistra escoriata e la sua gamba destra tremolante.
- Come devo fare? Se resto qui tutta la notte, domani finisco all’ospedale.
- Ti ho capito - gli risponde A. - ma non dirlo solo a me. Qui c’è tanta gente che sta aspettando. Chiedi anche a loro.

Poi, si volta verso di noi e continua a raccontarci di suo fratello, che è scemo e che vuole lasciare il Marocco e la sua casa di proprietà per venirsene in Italia a fare la sua stessa fine. Quindi beve l’ultimo goccio di tè ormai tiepido e Gaetano lo immortala nell’ennesimo scatto della serata.
Ore 22.19: terza fermata - via Lincoln. Il parcheggio stavolta è facile. Anche qui c’è qualche confort in più rispetto a via Pizzardi; prima di noi è passata la Charitas.
Mi fermo subito a parlare con R.. Viene dalla Moldavia e da qualche ora è subentrato a sua moglie, che nonostante la trentaquattresima settimana di gestazione ha tenuto il posto al marito fino alle 6 del pomeriggio.
Lui ha 27 anni e fa il muratore. Lei ne ha 25, è laureata in letteratura moldova e un giorno vorrebbe insegnare. Fra un paio di settimane nascerà una bambina; R. sceglierà il nome, e sarà una sorpresa…anche per la moglie.
Intanto si avvicina M., anch’egli moldavo, e amico di R.. Poi ai due viene in mente la regola che hanno appreso dai loro padri:
- Un vero uomo deve lasciare al mondo tre cose: un pozzo, un albero e un altro uomo...
…e, in effetti, R. non capisce perché quasi tutti i suoi colleghi italiani non siano sposati e non abbiano figli, nonostante i loro quasi quarant’anni!
Intanto mi sposto verso T. il rumeno. Mentre le nostre ragazze sorridono a M. e gli ricambiano gli occhi e i discorsi, T. prima mi dice che l’acqua fa la ruggine (e che quindi al nostro tè preferisce la sua grappa), e poi che sotto il regime potevano mancare la parola e la libertà, ma il lavoro si trovava.
Ore 22.58: quarta fermata - strada Maggiore. I nostri viveri cominciano a scarseggiare. Bisogna rimediare, e fortunatamente qui c’è poca gente. Un gruppo ritorna alla base a rifare il tè. L’altro resta sul posto. Ma manca lo zucchero, e allora lo si chiede alla prima casa con le luci ancora accese.
Qui ci fermiamo a parlare con la signora P., una polacca sulla cinquantina che per sedici anni ha fatto la cameriera in un albergo e che ora fa la badante di una signora cieca del 1911. Non vuole il tè, non le piace. Ma accetta la nostra compagnia e la nostra chiacchierata. Poi si lamenta del fumo passivo e del suo italiano imperfetto e simpatico.
Si sta facendo tardi.
Ore 23.48: quinta fermata - via Saffi. Una sorta di bolgia accalcata tra una schiera di transenne e le porte d’ingresso all’ufficio.
- Un po’ di tè; si può avere un po’ di tè?
- Prego; prendete, prendete!
La situazione è molto diversa da quella dell’inizio pizzardiano. Qui la gente il tè ce lo chiede. Altro che circospezione! Intanto stava cominciando l’appello. La ragazza bionda e nerboruta era già salita sulla sedia-pulpito e chiamava gli iscritti non per nome (troppo difficile e lungo), ma per numero. Chi c’era c’era; chi non c’era “Ciao.”
- 1, 2, 3, 4…9…13…18…34…tre, quattro…58…63…72…
…e così fino a cento e passa.

Che carina la 18! Carina e simpatica. Quando alla chiamata del 35 (che era assente) disse “Per te Miss Italia finisce” rise perfino la ragazza bionda e nerboruta.
Poi l’appello finì, e gli animi un po’ tesi si sciolsero nell’ennesimo pensiero della notte da passare.
L’ultimo sorso di tè lo bevve N. il cingalese, che ci salutò a nome di tutti.
Il flash di Gaetano balenò il suo ultimo saluto, e la strada ci riprese per ricondurci a casa.
[Dario Coriale]