Il mese di maggio è quello che, anche per immediata associazione di idee, ci riconduce al famigerato “Maggio francese”, di cui spesso ci si riempie la bocca, i pensieri, le idee.
Il 1968 - e sarebbe di certo retorico ribadirlo più del dovuto - fu l’anno della svolta ideologica, sociale e politica che ha pochi altri pari nella storia della civiltà, e che concretizzò nella rivolta la consapevolezza che un vento di rinnovamento si era levato e spirava, e che il senso di giustizia ne portava lo stesso odore.
La Francia era il Paese che - insieme all’Italia e più di altri - respirava la corrente di idee che questo vento aveva sollevato, e gli studenti francesi risultavano essere i personaggi principali di questo nuovo scenario che il tempo stava proponendo.
Parigi - e il quartiere latino soprattutto - all’inizio del mese divenne teatro di una guerriglia urbana violenta e prolungata, che vide contrapposti studenti e forze di polizia, con il successivo coinvolgimento dei sindacati e dei partiti di sinistra, uniti nell’opposizione al regime - per un istante barcollante di De Gaulle - che uscì comunque quasi indenne da quella situazione di disagio politico e sociale anche e soprattutto grazie a nuove elezioni (che lo videro trionfatore contro le sinistre) e ad una riforma universitaria di stampo efficientista.
Il 3 era stata chiusa la facoltà di Nanterre; l’evento che ne scaturì fu il meeting di protesta nel cortile della Sorbona, conclusosi con più di seicento arresti. Il 6 la manifestazione svoltasi nel centro di Parigi sfociò nella protesta e nella rappresaglia; oltre cinquecento i feriti. Intanto erano iniziate le occupazioni e gli scioperi, che raggiunsero il culmine nella giornata del 10, conclusasi con la “Notte delle barricate”.

Ma la voce dei contestatori non era rivolta solo contro il potere, l’autorità, e l’ordine costituito; anche gli stessi partiti della sinistra storica, tacciati di riformismo, ne erano bersaglio, e così pure quanti avevano eluso il rischio della lotta non partecipando attivamente alle contestazioni e decidendo così per sé che sarebbe bastata la semplice ideologia a renderli militanti e perciò immuni dall’accusa di vigliaccheria e dunque di colpevolezza.
|
La canzone del Maggio
"Lottavano così come si gioca i cuccioli del maggio era normale loro avevano il tempo anche per la galera ad aspettarli fuori rimaneva la stessa rabbia la stessa primavera...” Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento se il fuoco ha risparmiato le vostre Millecento anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti.
E se vi siete detti non sta succedendo niente, le fabbriche riapriranno, arresteranno qualche studente convinti che fosse un gioco a cui avremmo giocato poco provate pure a credervi assolti siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso la notte che le pantere ci mordevano il sedere lasciandoci in buonafede massacrare sui marciapiedi anche se ora ve ne fregate, voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri tutto è rimasto come ieri, senza le barricate senza feriti, senza granate, se avete preso per buone le "verità" della televisione anche se allora vi siete assolti siete lo stesso coinvolti.
E se credete ora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.
|

“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti!” Così canta
Fabrizio De Andrè ne
La Canzone del Maggio, liberamente tratta da un canto di lotta che gli studenti francesi intonavano nel ’68.
L’argomento sta tanto a cuore a De Andrè da indurlo a dedicargli un intero album. Si tratta di Storia di un impiegato (1973), il cui protagonista non è però uno studente, ma un impiegato di posta trentenne, che trae forza e ispirazione dalla spinta combattiva e combattente dei più giovani, fino ad arrivare all’atto più estremo dell’anticonformismo e della contestazione: lanciare bombe.
E l’estremismo terroristico fu di certo la sponda di più facile approdo per i più accaniti di quei contestatori.
Nel 1973 sono passati cinque anni da quando quei fatti hanno visto la luce, e di certo il ritardo di De Andrè nel raccontarli con la sua musica è tanto evidente quanto meditato.
Nel 1970 - e quindi a ridosso del periodo di cui stiamo parlando - era uscito La Buona Novella, la cui essenza di significato riuscì a farsi spazio in modo tutt’altro che semplice nell’opinione generale.
In realtà chi rimproverava De Andrè di aver scritto un album disimpegnato in un periodo in cui c’era ben altro di cui occuparsi, che non della religione o di Dio, non aveva colto la carica rivoluzionaria che quei brani racchiudevano, ché di un rivoluzionario - benché pacifista - questi parlavano…ed era Cristo!
La stessa sorte di incomprensione era toccata sei anni prima all’identica vicenda che Pier Paolo Pasolini aveva raccontato nel suo Vangelo secondo Matteo (1964).
In Storia di un impiegato la concettualizzazione della protesta e della rivoluzione si fa più palese, e la partecipazione di De Andrè più percepibile.
Le vicende di questo impiegato che diviene bombarolo, lasciando un po’ ovunque i segni del tritolo, per finire sotto processo prima, ed in carcere poi, fino alla ribellione finale contro i secondini, sembra finalmente soddisfare le attese di coloro che, già anni prima, avrebbero voluto ascoltare dalla stessa voce pezzi di quella tempra, sebbene ancora una volta l’incomprensione fose riaffiorata nel rendere quasi evanescente il sapore più umano che non politico di questi testi.
De Andrè, infatti, nel portare avanti il discorso di scandaglio interiore già introdotto con La Buona Novella, che non a caso si chiude con Laudate Hominem, si contrapponeva al volere dei discografici che gli chiedevano invece una maggiore insistenza sull’aspetto sociale.
Il lavoro, a detta dello stesso De Andrè, risentì di queste tensioni, tanto da risultargli insoddisfacente il risultato finale: quasi “un mezzo pasticcio”.
Aldilà di ogni sorta di giudizio estetico e/o autocritico, penso che sia comunque arduo non riconoscere in questo disco una lucidità quasi implacabile, relativamente alla descrizione di un evento storico che si sarebbe portato dietro gli strascichi per anni.

E La canzone del Maggio è probabilmente la più emblematica, quella più determinata, quella più concretamente obbiettiva nel ricalcare con voce convinta i bordi di una colpevolezza che sarebbe troppo facile riscontrare sempre e soltanto sui volti dei nemici di sempre, ma che sarebbe più opportuno invece ricalcare anche dagli occhi timorosi di chi si credeva di avere di fianco…quella che grida “ancora più forte: per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”.
[Dario Coriale]
[19.04.2006]