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La lingua di Petilia

Tutto quanto riguarda quel che diremo sul dialetto di Petilia è tratto dal testo “Nella lingua . . . la storia”, Vocabolario etimologico del dialetto della provincia di Crotone (e di S. Giovanni in Fiore), autori il sottoscritto (Francesco Cosco) insieme ad Anna Maria Cosco. Sia l’introduzione che le voci trattate sono state estratte dal testo e riguardano strettamente il territorio di Petilia Policastro. L’introduzione è utile per collocare il nostro dialetto in un contesto territoriale in seno alla Calabria e per fare emergere ricostruzioni storiche dalla lingua parlata, secondo il fine più generale che si prefigge il vocabolario suddetto.

Il dialetto di Petilia, così come quello di molti paesi del Marchesato raccoglie l'eredità di numerosissimi apporti di oltre trentaquattro secoli di storia e quindi anche una base autoctona, antichissima, protostorica: quando diciamo tifa o anta o farna o i toponimo “Soleo” o “Sila” riportiamo termini dell’osco della prima generazione, cioè il linguaggio degli ausoni del XIV secolo a. C., ereditato poi dagli enotri e quindi dai brezi, nostri diretti progenitori.

E' un idioma complesso il nostro che ha meritato anni di studio per essere analiticamente valutato ed inserito in un vocabolario etimologico .

Tramite la lingua abbiamo indagato sulle nostre radici storiche, perché la lingua manifesta la somma di tante voci provenienti dall’apporto dei vari popoli che hanno abitato, invaso, occupato, governato la Calabria. Tramite l’etimologia abbiamo assegnato ogni voci, alla lingua di provenienza.

Abbiamo consultato tantissimi testi e non solo quelli del Rohlfs, (che ha preso poco in considerazione le connotazioni linguistiche di Petilia Policastro), ma anche i dati di recentissimi studi. Lo studio dei toponimi ha ancor più riconfermato la ricostruzione storica del territorio.

I popoli che ci hanno dominato hanno lasciato traccia della loro lingua, ed assecondo la loro civiltà hanno arricchito il nostro idioma di termini agricoli, o pastorali o del diritto; nel testo “Nella lingua . . . la storia”, sono stati catalogati tutti; ci si é resi conto che la lingua è da paragonare al DNA del popolo, attraverso cui si leggono invasioni, colonizzazioni, immigrazioni, tradizioni, processi culturali, consuetudini.

La riflessione finale che ne segue è che la somma delle testimonianze linguistiche in chiave storica determinano la considerazione che Petilia Policastro ha un ethnolessema proprio, insomma un vocabolario di razza, cioè un linguaggio proprio, originario . . . e molto simile a quello dei centri pedemontani (Roccabernarda, Mesoraca, Cotronei, S. Severina) e comunque analogo all’idioma di tutta la Calabria settentrionale.

Si parte da un base linguistica autoctona dell’osco della prima generazione (cui si è fatto cenno), parlato dagli ausoni e successivamente dagli enotri, quindi si passa all’osco dei brezi, per alcuni versi simile al latino.

Si ha quindi una latinità della prima generazione: tijìddru (tigillus = piccola trave sostenente le tegole), crùstulu (crustum = ciambella col buco), Comunello (communalis e communalia = terreni di uso comune), ecc. Quindi una latinità coatta in clima di ager pubblicus: toponimi di questo periodo ne abbiamo ereditato ben pochi: Catrivari (catervarius = armamentario relativo agli armenti), Cùomitu (comites = conti, quindi terra di contea, equivalente a Marchesato ed anche a Fìegu = feudo), Scardiatu (ex cardis = bonificato).

Si ha, dal VI al XII sec d.c. l’apporto massiccio e determinante del greco-bizantino di cui è permeata la nostra toponomastica, soprattutto quella insistente tra il territorio di Petilia e di Mesoraca (patria del Frigillo).

Se ne riportano un buon numero: Latia, Mujanu, Migliarite, Caritello, Cardopiano, Carivarine, Camellino, Granaru, Caraglia, Malarotta, Insarco, Bardaro, Cerratullo, Carolino, Camino, Volte di Leuci, Jèni, Pòtamo. Ma anche il linguaggio agricolo risente del greco bizantino come: vruscia, poriga, pruptu, o pastorale come scarazzo, caccavo, cremastra, jìtimu; od il linguaggio comune come: sàraca, ceramìdu, catòja, maccarrùni ed altre migliaia

Dall’8° sec. in poi arriva l’influsso longobardo con i propri termini come gàfiu, jìffula, faterfìu, ma anche con le metafonesi, le dittongazioni caratteristiche delle lingue germaniche, che determinano accenti fonetici particolari: bèddru diventa bìaddru, bònu diventu bùanu.

Ma nello stesso tempo anche gli arabi invasori ci trasmettono i loro termini: gammìtta, garrafùne, tùminu milunciàna, cìpia, tavùtu, tamàrru ecc.

Tramite i toponimi siamo riusciti ad individuare anche i dissesti idrogeologici che si sono susseguiti in alcune zone.

Nel testo già citato sono stati annotati toponimi in linguaggio e periodo bizantino che indicavano allora vallate amene e coltivate; le stesse vallate oggi sono profonde, scoscese, brulle.

Un attento geologo potrebbe individuare finanche la natura dei fattori del dissesto. Riteniamo che a livello linguistico il periodo più importante e determinante per la provincia di Crotone, come per il territorio di Petilia Policastro, sia stato il periodo tardo imperiale romano e le dominazioni bizantine e longobarde.

Il nostro lessico ha infatti come basi essenziali il latino, il greco, il germanico. Infatti dopo la latinità di 8 secoli, a partire dal III a.C. furono molto incisivi i bizantini con la koinè, la lingua di stato che costituiva per loro elemento di amalgama socio-politico e religioso.

Il loro "terzo dialetto greco", alimentato evidentemente da minoranze etniche provenienti dall'oriente e sostenuto successivamente dai monaci basiliani, ha permeato profondamente il nostro territorio.

Noi non abbiamo dubbi che tali grecità siano di apporto bizantino in quanto la loro presenza è massiccia sia sulla costa dove una volta furono gli achei, che nella nostra zona pedemontana, dove gli achei non misero mai piede, se non per motivi di commercio con gli indigeni.

Le vie istmiche magnogreche per Terina, Clampesia e Poseidon, sono la prova che essi non controllavano l’entroterra del Bruzio settentrionale.

Molto complesso ed importante è dunque l’idioma di Petilia ed è necessario che oggi ci si riappropri delle radici linguistiche del passato per non far disperdere quel patrimonio che ancora esiste, che ancora corre di bocca in bocca, a Petilia, e negli ambiti nazionali ed internazionali dove vi è anelito di vita originaria del nostro paese.

[Francesco Cosco]


 
 


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