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La ragazza dell'autobus



(racconto inedito)


Ma la ragazza del bus
non aveva proprio niente da fare? Se ne stava lì, seduta sulle scale della Sala Borsa, concentrata a veder passare le macchine a sinistra ed i passanti di fronte, come se quella fosse davvero una questione di vita o di morte.

A quell’ora non c’era molta gente per le strade a Bologna. Nessuno di conosciuto, perlomeno. Piazza Maggiore era assolata, nonostante il freddo pungente dell’inverno, e il Nettuno triforcuto e immobile guardava di soppiatto i piccioni che cauti gli si avvicinavano a bere. Il quadro era presto completato: un vigile urbano e una vigilessa se ne stavano in piedi davanti all’ingresso del Comune a chiacchierare.

Una giornalista forse di Sky, aspettava qualche passante da intervistare su chissà quale imprescindibile dubbio di glamour, ed il suo cameramen coi capelli bianchi. e le tasche dei pantaloni pieni di cassette ed accessori, si era gettato a sedere sul gradino basso del crescentone, esausto infreddolito o svogliato - fate voi – a guardare la ragazza che dalle scale della Sala Borsa guardava la gente passare.

Eppure c’era il sole.
Quel sole tutto bolognese che taglia in due il freddo e l’umido, quello che non te lo aspetti, soprattutto in quel mese, e che pure c’è.
Lunghi momenti di non-pensiero. Un motorino proprio in quel momento era passato con discreto fragore dalla “T” inviolabile di via Ugo Bassi e via dell’Indipendenza.

Il tipo che guidava aveva un casco davvero demodé, ed anche i vestiti: tutti stonati e, come dire, dimenticati. Sembrava messo insieme con dei pezzi raccattati di qua e di là, e beccava in pieno – manco a farlo apposta - tutti i crateri che ci sono nella pavimentazione di via Rizzoli.

Il suo scooter traballava sugli ammortizzatori ormai spompati – ma già forse non troppo ganzi di per sé – eppure sembrava perfettamente a suo agio in quella operazione tipo “unisci i puntini” cui il suo eterogeneo padrone lo stava sottoponendo.

Prima o poi, pensava lei, quello scooter tutto veloce, leggero e dinoccolato, si sarebbe innalzato di qualche centimetro e sarebbe ricadutoleggermente piegato da un lato – colpa di un colpo di vento o di un movimento strano dell’eterogeneo – causandogli un volo d’angelo di quelli che poi si ricordano a memoria d’uomo.

Aveva parcheggiato, comunque. E la ragazza dell’autobus (che davvero non aveva nulla di che pensare) seguitava a guardarne l’immagine persa fra le gambe dei rari passanti che risalivano le scale della biblioteca. Era immersa – diremo - nei suoi pensieri, così tanto da non accorgersi che un tipo sulla trentina l’aveva già chiamata da lontano più e più volte, spargendo nell’aria pungente il suo nome di battesimo.

- Laura, ma…ehi! Laura! – Aveva fatto quello. E lei niente, impassibile: a respirare il freddo della mattina con le ginocchia strette fra le braccia. – Laura! – aveva ripetuto, a questo punto in dubbio se avvicinarsi ancora o andare via, intanto che la ragazza seguitava a guardare le gambe del tipo strambo, col casco demodé appeso ad un braccio, mentre ormai si perdeva fra la folla dabbene di via D’Azeglio.

Ma ecco che, finalmente, ci è concesso di sapere. Noi - simulacri inseriti nella narrazione - abbiamo per un attimo il superpotere di discernere dai pensieri imperscrutabili di Laura M. (la ragazza del bus), la seguente considerazione: “Eccolo, finalmente… è lui!

È il tizio dell’autobus di stamattina.
E di ieri. E di qualche altra volta che ora non ricordo, ma che so esserci stata. Ha parcheggiato una bici, e sta venendo proprio in qua. E già che io lo sapevo, perché stamattina sul bus ne parlava al telefono con qualcuno: - Devo andare “a” Sala Borsa – diceva, con quel buffo cambio di preposizione che lei giurava di aver già sentito dire a qualcuno - a consegnare as-so-lu-tis-si-ma-men-te i libri.

- Vado verso l’una - proprio così diceva al suo interlocutore. Aveva un accento meridionale imprecisato, né troppo insulare, né tantomeno vesuviano o tavoliero. Allora, che sarà? Basilicato? Calabro? Abruzzese, come i formaggi più buoni. Molisano con la parlata alla Di Pietro - no ti prego - di dove sarà?

Ops, un colpo di vento: connessione persa. Giusto il tempo di captare che la ragazza dell’autobus aveva appena pensato di aver avuto ragione a provare a credere alle sue parole, ed ad aspettarlo qui, proprio sulle scale della biblioteca, per lunghissimi minuti divenuti poi quarti d’ora incartati in mezz’ore già in odore di tre cifre.



II


- LAURA, che cazzo! Mi hai fatto urlare un’ora. – L’aveva raggiunta, l’altro.
Dopo un altro paio di urla da lontano che avevano fatto volare un piccione sovrappensiero dalla tripuntuta del Nettuno (mentre gli altri più assennati suoi amici piccioni ormai lo sanno che gli stridori di umano in piazza Maggiore non significano pericolo come altrove), e dopo un poco di dubbiosa attesa sul che fare, quello alla fine aveva attraversato la piazza semideserta.

Era passato proprio dietro le spalle della giornalista di Sky, la stessa che ora inveiva col suo cameramen svogliato, perché se si fosse mosso la prima volta che gliel’aveva chiesto, a quest’ora avrebbero già intervistato quella ragazzina seduta sulle le scale, ed avrebbero già finito questo merda di sondaggio in cui deve apparire che le donne tradiscono almeno quanto gli uomini, e sarebbero già tornati a Padova per montare le interviste, non prima di essersi strafogati di tortellini all’Osteria dell’Orsa che – come testimoniano i suoi ricordi di giovane ed arrivista studentessa di comunicazione – resta pur sempre l’unico posto a Bologna dove si può mangiare un sacrosanto piatto di tagliolini al ragù senza lasciarci il portafoglio.

Lo guardava un poco disturbata, la ragazza dell’autobus. Non era contenta di vederlo? Non in quel momento, Cristo! Dopo che, passati i minutiquartidoremezzoreore d’attesa, l’aveva finalmente spuntata sulla follia di quello strambo appostamento, e il tipo del bus le si era davvero materializzato davanti, e lei ci avrebbe finalmente parlato con una scusa, cosa che fin dalla mattina aveva pensato di ottenere con quell’apppostamento, non adesso perdio, Luigi. Non adesso.

- Ciao Luigi… che c’è? Non ti avevo visto. –

- Si, ciao – dice lui, moolto risentito - te ne fotti ormai, altro che ciao.

Intanto il ragazzo era spettinatissimo e sudato per via della bici, e stava passando proprio mò (il tempo di pensarlo, che era già passato) dalle scale dove lei l’aveva aspettato per minutiquartidore eccetera: uno slalom di gambe quasi su di lei, senza sapere che lei era lì per lui!, e che lo stava aspettando anche senza conoscerlo. E senza appuntamento.

Slalom per entrare dentro le porte dorate della Sala Borsa, e poi perso nella folla di gente che usciva con libri a prestito, e album dei Clash dalle copertine distrutte dall’usura.
- Delle volte penso tu sia stronzo, sai Luigi?
Silenzio.
O stupore, perlomeno.

- Scusa, ma cosa ti avrei fatto adesso? Ti ho solo salutata! Solo che ti ho chiamata minuti, quarti d’ore!, e tu ormai non mi fili più: hai dimenticato la mia voce, ecco cosa c’ho.
- Cristo, lascia perdere. Manco lo sai quello che succede nel mondo, e però sei concentrato su io che dimentico la tua voce. E se io fossi stata qui ore aspettare una cosa, che so, il passaggio di una persona, un’occasione da prendere al volo, e ora fossi triste, tu saresti comunque concentrato sul fatto che io non ti sento, e quindi che ho dimenticato la tua voce. Tu-stai-male Luigi. Fattelo dire.

- Niente, ‘che voglio: niente. Vaffanculo, ecco! Si vede che non t’interessa più niente di me, che posso più volere? Neanche il lusso di un saluto: è fatta! Terminata! Sparita! Cambiata! Sono svanito dai tuoi pensieri, e puff!, io non esisto. Potrei essere stato addirittura il frutto della tua fervida immaginazione, ci hai mai pensato a questo?

Eppure il recriminatore non sembrava in vena di litigio, né mangiato dai rigurgiti di paranoia di uno che lo hanno appena smollato amaramente. E mentre parlava non era in preda alle emozioni, e non la fissava, ma guardava distrattamente la coppia di municipali che parlavano con il conducente di un furgonino Doblò, sfuggito chissà come a Sirio e a Rita e tutti agli altri sistemi di controllo elettronici, e già in contravvenzione dopo solo pochi centimetri di “proibito” in Piazza Maggiore.

- Non sei frutto della mia immaginazione – fece lei sarcastica - solo perché a questo punto se io non ti pensassi più, spariresti! E invece eccoti qua, a disturbare i momenti più importanti di una persona. Le occasioni che non ritornano, Luigi, hai capito? Non ritornano. Ecco, ora me ne potrei pure andare, no? Anzi no, non me ne vado: uscirà da qui, no? Non ci sono altre uscite, vero? Dimmi almeno questo, ti prego Luigi, renditi utile: ci sono altre uscite da questo posto?

Lui ci mise un po’ a capire che non era uscita pazza, nel frattempo. Liberarsi di lei? Non che lo volesse. Ma almeno non si rompeva la testa a cercare di capire. Attimo di pausa, meditazione. Cosa aveva detto esattamente nelle ultime due frasi? Non potendo ritornare su con gli occhi e rileggere come noi, il nostro, in un lasso di tempo minimo, avrebbe dovuto concentrarsi sul già sentito: memoria a breve termine. Dieci secondi di tempo per ripetere a voce le ultime sette cose udite prima che, non importanti, il sistema le resetti completamente.

- Aspetta… tu… sei qui, aspettavi uno che però ora non puoi più aspettare perché
sono venuto io. Le uscite di questo posto, la Sala Borsa?, ha solo questa di uscita ed entrata. Quindi tu stai aspettando qualcuno che ora è lì dentro? Ed è per questo che ti sto antipatico, vero? Perché è uno che ti piace, e il fatto che ci sia qui davanti il tuo ex ti disturba la coscienza… – concatenò ad alta voce.

- Per tua informazione e regola, io non ho da aspettare gente e soprattutto non ho da darne conto a te, infatti se prop…
- Cioè, tu già ti sei riappacificata con la tua coscienza così bene da tentare di accasarti nuovamente? Laura, ci siamo lasciati appena un mese fa!

E il Nettuno triforcuto lo sapeva - lui che per tutta la mattinata le aveva mostrato il culo scolpito a dovere - che adesso Luigi avrebbe avuto il grillo in testa per altri mesi. Per fare cosa? Mica pretese: solo curiosità. Solo voglia di restare ancora nella sua vita dopo esserne uscito.

E mancanza di voglia di fare qualcos’altro di costruttivo, tipo come lei aspettare fuori dalla Sala Borsa un tipo sconosciuto di cui ha solo ascoltato i discorsi in autobus e che ora effettivamente c’è, in Sala Borsa, ma che magari avrebbe paura anche solo del pensiero di una persona che dopo essersi fatta i cazzi suoi in autobus ha pure deciso di assumere come propria la sua agenda di impegni quotidiana, dopo che lui l'aveva sciorinata con leggerezza in bus.

Ma adesso? La ragazza cosa stava ad aspettare? Il tempo di parlare ancora e l’avrebbe perso definivamente: lui, Luigi, e la sua improcrastinabile volontà di cacare il cazzo a tutti i costi e nei momenti meno opportuni.

Mentre lui aspettava ancora una risposta, la ragazza dell’autobus si alzò e guardò per un attimo ancora dentro la biblioteca: la folla di gente in entrata ed uscita, con l’apertura pomeridiana della biblioteca, era triplicata nel giro di poco tempo.

Libri in mano, buste colorate, conversazioni in corso, file di persone che si perdevano nel dedalo degli scaffali, ed altre che si nascondevano a vicenda, si incrociavano i destini, le traiettorie e le buste coi libri tutte uguali, e intanto che ne guardavi una, chissà quanta gente non era già uscita e si era persa in piazza, fra la piccola folla che ascoltava Beppe Maniglia appena arrivato a suonare seminudo in piazza, e poi il nugolo di curiosi che sbucati dal nulla avevano accerchiato i vigili, che continuavano a voler multare il tizio che aveva oltrepassato lo spazio sacro della T, e le teenagers che intanto, uscite in massa da una visita liceale al museo Marconi, appena visto il simboletto di Sky sopra la teleamera dell’operatore si erano raggruppate attorno alla giornalista con l’intento ferreo di farsi intervistare.

- Ok, vada al diavolo anche il ragazzo del bus. Andate al diavolo tu e lui, Luigi, va bene? Ora mi alzo e me ne vado. Aspettalo tu, e se riesci a riconoscerlo fagli un culo così per favore, solo perché piaceva a me, ok?

E così fece: se ne andò. E Luigi stette ancora lì due secondi ad interrogare la sua memoria a breve termine, e sillabare i pensieri nel dannato tentativo di capirci qualcosa.



III

- Ma come escluso dal prestito! Ma porca Eva. E poi dice che uno i libbri se li rubba!
La bibliotecaia lo guardava impassibile, poiché scenate del genere, in una biblioteca comunale sono il pane quotidiano.
- Allora, Maria – disse lui, leggendo il nome sul tesserino che la ragazza (più o meno della sua età) portava appuntato sulla sua terza di reggiseno, e che indicava inoltre, nell’ordine: Biblioteca Sala Borsa / Bologna / Assistente al prestito.

- Volevo solo spiegarti cosa è successo: allora io ho preso il libro, giusto? L’ho studiato tutto il tempo senza nemmeno aprirlo troppo, per evitare che si spaginasse. Perché le edizioni della Lindau, dovresti saperlo, si scollano subito. Avrei potuto fregarmente, giusto? Lo fanno tutti, e se si scolla mica è colpa mia, è usura. E invece ci ho studiato con religioso rispetto, e senza sottolineare manco “a”, come tutti invece fanno, no? Quanti libri vi arrivano sottolineati? Invece nient…

- Lo so: lei certamente ha le sue buone ragioni, non dubito, ma io devo escluderla comunque dal prestito perché sui ritardi non possiamo transigere, altrimenti tutti farebbero come lei, e le persone che ne necessiterebbero non potrebbero usufruirne. Avanti un altro…

Poi ritornò zitta ed immobile come non avesse mai parlato, a guardare la signora che dietro di lui non sapeva se avvicinarsi o meno.

- Ma io questo lo so Maria! E poi dammi del tu, diamine, abbiamo la stessa età secondo me, su!, esci da questo personag…
- Lei mi sta facendo perdere tempo. E dietro di lei la fila rumoreggia. Per cui, ricapitoliamo: lei è escluso dal prestito per un mese. Ecco la sua tessera. Arrivederci. Avanti: venga, mi dia, signora.

- Aspetti ancora un attimo, cortesemente, signora. Io, Maria, volevo solo dirti che ho fatto l’esame con 15 giorni di ritardo perché il professore ha fatto slittare l’appello, e quindi il libro l’ho tenuto in più per questo motivo. Ma questo è l’ultimo esame, e ora c’è la tesi, e se tu mi escludi dal prestito io…

- Ecco i suoi libri, signora. Può tenerli un mese, mi raccomando - e non lo guardò, se pure la frase fosse rivolta chiaramente a lui – mi raccomando la puntualità. Buonasera! – e sorrise.
- Sei un po’ stronzetta te, vero? Ma tanto non ti sposi… – le disse. e se ne andò mentre quella, finalmente uscita dal personaggio, aveva preso a rispondergli senza più punta di forchetta.

E Luigi, così pare si chiami quel trentenne magro e corpulento insieme che solo poco prima litigava con la ragazza dell’autobus, e che ora se ne stava seduto con la testa in mano nello stesso punto dove prima stava seduta lei, ancora a cercare di capire il senso delle sue parole.

Ormai la memoria a breve termine non gli era più d’aiuto, e Luigi si doveva basare su quello che, nella concitazione del momento, aveva registrato.
Fece, comunque, appena in tempo a rialzare la testa per uno strano fruscio che aveva sentito alle sue spalle, che già il ragazzo dell’autobus gli era rovinato addosso, ed era poi rotolato con lui per i successivi tre gradini, finendo ansimante e doloroso sulle pietre di Piazza Maggiore.

- Ma, ma… Ma che c-cosa! – disse Luigi, massaggiandosi forte la nuca dove quel ginocchio spigoloso si era scontrato pochi secondi prima.
- Ehh? – fece quello.
- Eh, cosa! – mi hai sfondato il cranio, a momenti, ma non guardi quando
cammini, deficiente? – e continuava a massaggiarsi forte, perché di male comunque se n’era fatto.
- COSA? MA QUESTE SONO SCALE!, a te come cazzo viene in mente di
sederti con la testa fra le mani esattamente di fronte ad un posto dove la gente entra ed esce in continuazione? Guarda tu ‘sta minchia!

Due rabbie, uguali e contrarie. Due problemi d’altro, che si sposano perfettamente con la contingenza di un incidente, un estraneo, una caduta rovinosa, il freddo gelido sulle ammaccature, il sangue che sale alla testa, la forza della disperazione, che ti obbliga a fare rappresaglia con il mondo per tutti i tuoi drammi che da stamattina ti minano l’orgoglio a colpi lenti e gocciolanti, uno stillicidio costante di rabbia e sangue al cervello, e

- Occhio a quei due! - Fa la vigilessa al vigile, mentre il fattorino del Doblò dopo un attimo interminabile di esitazione afferra al volo la sua patente dal parabrezza, dà una spinta al libretto delle multe, mette in moto e se ne scappa da dov’era venuto.

I due vigili fanno in tempo a rigirarsi indietro al rumore del motore, giusto mentre quello che si innesca dal nulla silenzioso di Piazza Maggiore è un pestaggio a tutti gli effetti. Quei due, sudati e strappati, in dieci secondi sono riusciti a farsi il massimo del male possibile.

Ad uno - tale ragazzo del bus - sanguina un labbro, mentre l’altro – tale Luigi - si è beccato un pestone sul braccio, e ora cerca come può di buttare il peso dell’altro braccio addosso allo sfidante. I vigili non fanno a tempo ad avvicinarsi ai due, che partono due nuovi schiaffoni lancinanti, e tutti e due si ributtano a terra.

Luccica la rabbia d’altro, in entrambi. Sarebbe troppo difficile spiegarlo. Sono quei momenti bui in cui si è quasi contenti di menare le mani, e farsi del male. Menare le mani: come le bestie incivilizzate, come al tempo del liceo, o peggio ancora, delle medie. Quando il confine tra l’amicizia e la violenza è sottile e labile come la buccia di un caco maturo.



IV

“Il ragazzo del bus scrutava i passeggeri per noia, quasi a volerne percepire le storie, i pensieri, le prensioni d’amore e di passione, eppure sempre attento che il suo sguardo non si soffermasse troppo sugli occhi della gente, non così tanto, almeno da farsi scovare…”

Girò la copertina, lesse la quarta, poi guardò la foto dell’autore: un ragazzo giovane, dall’aria menefreghista. “Le storie del 25”, di Mario Venturi, edizioni Princetown. Sembrava anche interessante. Si tormentava il labbro ferito mentre cercava il prezzo. Ecco: una follia. I libri costano troppo, cazzo. E con il prestito interdetto per un mese, la ricerca di libri per la tesi poteva farsi pesante.

Allora si decise, come sempre, che anche per quella volta non avrebbe comprato niente in quella stronza libreria, e sarebbe uscito via di filata, giusto il tempo di un salto all’uscita per sfogliare le riviste scientifiche, poi sarebbe ritornato all’imbocco di via Zamboni, sotto il portico del gelataio, per vedere se la tipa in cuffie che leggeva le poesie di Hikmet stava ancora seduta lì.

L’aveva già vista altrove. Qualche volta a lezione forse, o a casa di qualcuno, non ricordava più.
Ma l’aveva vista di per certo, di ciò non dubitava.

Avrebbe potuto prendersi una bella denuncia. “Rissa”, “lesioni”, qualcosa del genere. Per fortuna anche il bestione con cui si era picchiato, alla fine pareva più confuso che bestione. Se l’erano cavata solo con un sonoro, lunghissimo e minaccioso cazziatone, con i due vigili, straniti dal fatto che nessuno dei due riuscisse a spiegare bene il perché si fossero presi inspiegabilmente a pugni in quel modo così animalesco, proprio sotto al Nettuno, e con quel freddo…



- E quindi ciao. –
- Uh. Ciao - fece lui. “Allora vedi che ti conosco” pensò, guardandola bene
negli occhi.
- Ma cos’hai fatto? Cinque minuti fa non eri così… -
- Così malridotto? – e rise. – Un piccolo incidente di percorso, niente. Sono caduto addosso a un tipo, uscendo Sala Borsa, e… -
Lei mangiava un gelato, aveva il libro delle poesie di Hikmet chiuso sulle gambe, una sciarpa colorata, e i capelli biondo-camomilla che le scendevano per il collo, su cui due tondi arzigogolati orecchini pendevano a mezz’aria.

- E così gli sono caduto addosso. E quello aveva tutta l’aria di essere già nervoso e meditabondo per conto suo, e… dovevi vederci: ci siamo picchiati fortissimo, come se fosse una questione vitale, e i vigili giustamente si sono incazzati…

Lei pensava che tante volte – almeno quattro – lo aveva visto sull’autobus, parlare al telefono, rivolgere le sue parole a qualcuno dall’altra parte, e che in fondo mai avrebbe pensato che prima o poi il ragazzo dell’autobus potesse parlare davvero con lei, e che le loro strade, come due rette parallele, non avrebbero dovuto incrociarsi ma piuttosto seguitare a sfiorarsi, gomito a gomito su quell’autobus affollato. E invece…

- E insomma, ci siamo menati sul serio, io ancora mi vergogno e non capisco cos’è preso anche a me. Dovevi vedere: continuavamo a darcele di santa ragione, nonostante i vigili ci minacciassero e ci strattonassero. Io non mi menavo più o meno dai tempi delle medie, e credo neanche lui. E comunque era grosso e duro ma anche abbastanza immobile, quindi un paio di colpi davvero dolorosi glieli ho ben assestati. Magra consolazione. E lui il labbro… ecco perché è gonfio. E… ok, finito. Tu?

La guardò, in mezzo all’immagine sfuocata delle torri che le si stagliavano fra la sciarpa, gli orecchini tondi e i capelli di camomilla.
E lei sorrise: - E io, dio che imbarazzo, volevo ricordarti questo. – e si girò a recuperare il libro di Hikmet. Lo aprì, e a pagina meno uno (quella muta ed inutile che sta nei libri sempre dopo la copertina cartonata e prima del frontespizio). Prese un vecchio biglietto del bus in carta termica, di quelli sottili, stretti e lunghi che stampa la biglietteria automatica in vettura.

Lui lo prese, in principio senza capire. Lesse ad alta voce: - un biglietto dell’autobus: 13 ottobre 2007 (più di un mese fa) ore 16:43, tariffa urbana ordinaria. – Finì di leggere, e la guardò sorridendo ma con la faccia dubbiosa.
- Non capisco – e mille paure lo avvolsero sulla possibilità che conoscesse davvero quella ragazza, per via di qualcosa che non ricordava, e per quella atavica paura che ti prende quando qualcuno si ricorda di te, e cita cose che tu minimamente sapresti ricollocare in contesto e situazione.

- Eppure è tuo: ma non te puoi ricordare, non preoccuparti. Mi ricordo io, ma è molto più facile. – stette in silenzio, si morse il labbro, riprese dalle sue mani il biglietto:
- Me lo hai dato sul bus, il 17. Era davvero una giornata triste per me. Una di quelle in cui ti svegli al mattino sapendo di dover fare qualcosa di brutto o noioso, e a momenti cadi dal letto, e in bagno non trovi il tuo dannato barattolino delle lenti a contatto (o peggio: lo trovi, ma ti accorgi che c’è una lente pizzicata tra il tappo e il contenitore, ormai inutilizzabile), e poi in cucina per fortuna almeno qualcuno prima di te ha già fatto il caffè e però lo prendi e assonnata come sei te lo versi sui piedi scalzi… e basta. Direi che può bastare, no? – e rise imbarazzata.

Rise anche lui. – Beh, complimenti! Sei molto narrativa - poi stette in silenzio ad aspettare.
- E quindi, dicevo, quel pomeriggio, alle sedici e quarantatré mi era già successo veramente di tutto, non puoi capire: qualsiasi cosa. Per ultimo avevo litigato definitivamente con il mio ragazzo, Luigi, e quel giorno ci siamo lasciati, ed il mio povero cuginetto si era ammalato gravemente, e proprio quella sera sarebbe andato via per sempre…

Cominciava a diventare imbarazzante. Parlare con una persona mai vista, e venire catapultati in una storia triste e complessa nel quale non sai ancora quale sarà il tuo ruolo.
Allora il ragazzo del bus guardò per un attimo il rettangolo di cielo che c’è fra le torri (quella storta, proprio di fronte, e quella alta, dritta e longilinea dietro ad essa), e poi si accorse che il labbro gli pulsava molto più forte di prima, e che oltre a questo anche il ginocchio non era proprio messo bene.

- Tu eri imbarazzato. – riprese lei - Eravamo sul tredici, era più di un mese fa; eri imbarazzato perché stavi per scendere, mi ero accorta che volevi darmi il tuo biglietto, ma non sapevi se io mi fossi offesa, ed era come se ti fossi accorto che ero davvero senza biglietto. Poi è arrivata la tua fermata, la seconda di San Felice, e allora non hai potuto più rimandare.

- Si. Ora ho capito: io non la conosco bene, non la conosco proprio, ma l’ho sempre vista in bus. E l’avevo già vista altre volte prima. E, ricordo: ho pensato che era un peccato aver appena fatto il biglietto e scendere, e buttarlo, sprecarlo, perché se fossero saliti i controllori, se lei fosse stata veramente senza biglietto… ed io intanto avevo già speso un euro inutilmente… non mi sembrava giusto, tutto qui.

Non ero sicuro, che tu fossi senza biglietto, non mi sembrava giusto, ecco tutto – disse infine. E rise.
- Beh, volevo dirti che i controllori sono saliti, davvero! Ed io avevo il tuo biglietto, e dopo di me, l’avevo passato in silenzio ad una povera signora con le buste della spesa che intanto era già andata in panico. Magari non arriva a fine mese già senza multa, capirai! Solo questo – concluse poi - volevo solo dirti che hai avuto ragione, hai fatto bene a chiedermi se volessi il tuo biglietto, e che il tuo imbarazzo per fortuna è poi stato giustificato dai fatti.

Stette un po’ senza capirsi. Ed il ragazzo non riusciva davvero a credere che una persona avesse potuto fermarlo per strada nel suo giorno più nero, con il labbro sanguinante per un litigio da saloon senza alcun senso, una cosa che in sei anni di università non era mai successa neanche di striscio!, per riferirgli e concedergli che più di un mese prima aveva fatto la cosa giusta.

Pensò che si trattava di un modo fantastico per portare a galla una goccia dell’oceano di non detti e vite interiori che ognuno di noi porta constantemente dentro di sé.
Capì che era giusto, e che in fondo in un mondo che funzionasse diversamente sarebbe stato perfettamente normale che potessero succedere cose del genere.

- Io mi chiamo Silvia – sorrise lei – A te piace Hikmet?

Fece si con la testa in modo distratto. Disse la cosa più stupida che ci sarebbe potuti aspettare da lui, e cioé: - Non posso neanche offrirti un gelato, che tanto l’hai appena finito. Ma poi, con questo freddo, com’è che fai a mangiarlo…

Andarono poi via insieme.

[Simone Arminio]
[2008]

P.S.

Dello stesso autore è stato  pubblicato (febbraio 2008) una raccolta di racconti scritta a quattro mani con Dario Coriale dal titolo "Né santi né eroi", Edizioni Palomar - Bari.




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02/01/2008

 

 

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