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Partito Democratico e Mezzogiorno


Il mondo cambia, anzi è già cambiato e sta cambiando ancora sempre più celermente. Nuovi rapporti e nuove categorie sociali si affacciano sul proscenio dell’esistenza storica degli uomini, l’economia cambia volto e supera le barriere nazionali e persino dei continenti, la tecnologia rompe finanche le barriere del tempo e dello spazio, e la comunicazione diventa “in tempo reale” tra un confine e l’altro della terra. Categorie sociali e culturali antiche vengono sconvolte e conoscono impensabili rimescolamenti e novità.  È quella che si chiama, forse con un “brutto” vocabolo, la globalizzazione. Persino la cultura e le frontiere dello spirito si aprono ad orizzonti impensabili. La vita delle antiche Nazioni si scopre improvvisamente fragile e bisognosa di nuovi modelli sociali, culturali, economici, relazionali, in una parola: esistenziali, per far fronte alle sfide del Nuovo.

Ecco perché in molti, pur se nelle realtà periferica di paese, il Partito Nuovo per eccellenza, il PD, e non un misero nuovo partito, ha suscitato un entusiasmo più che legittimo, perché capace, per definizione, di comprendere, intercettare ed interpretare i bisogni e le sfide che la storia lancia nell’attuale temperie allo spirito umano. Ovvero un partito capace di portare finalmente all’autentica e paritaria unità dell’Italia e degli Italiani, nel senso di porre fine al mancato sviluppo meridionale e di equipararlo agli standard del Settentrione.

La sfida di un partito nuovo e di un nuovo modo di fare politica, è divenuta e si impone tanto più impegnativa e cogente, appunto, nella realtà meridionale. Dopo circa un secolo e mezzo, come si diceva, di “non storia”, privazioni, emigrazioni, umiliazioni – persino linguistiche e somatiche – arretratezze e assistenzialismo, conduzioni familistiche della cosa pubblica e delle coscienze, dopo oltre un secolo di vessazioni e catene inflitte dalle mafie, la speranza era la certezza di riscatto. Il Mezzogiorno, finalmente, poteva progettare una sua rinascita – un Partito Nuovo autorizzava a guardare a simili orizzonti. Specie a partire proprio dalle zone e dai paesi interni e periferici da sempre fornitrici di manodopera, competenze, intelligenze e prodotti pregiati del settore primario, ma mai così umiliate, ghettizzate e finanche dimenticate, sfruttate fino all’inverosimile dal familismo amorale e vorace di prebende e posti e strapuntini di potere in ogni ganglio della finanza, dell’amministrazione e degli enti pubblici, nazionali e sovranazionali. Familismo a cui opporsi diviene sempre più difficile, in questa fase in cui appare trionfante il leaderismo clientelare, vecchia piaga del Sud, dove il capo carismatico e il “Don” taumaturgo non sono mai morti definitivamente.

Si può constatare che, purtroppo, anche l’attuale tornata elettorale, che pure offriva per la prima volta la concreta possibilità di scelte nuove, eticamente sostenibili e di servizio, viene piegata ad una simile piaga.

Come si poteva pensare, infatti, che  sensibilità politiche ed ideali, che nella storia italiana si erano per lo più contrapposte e combattute, potessero essere svilite e trattate come un inutile e fastidioso peso di cui liberarsi senza indugio? Eppure, si dice, è ciò che sta avvenendo per miseri equilibrismi di potere. Continuando a lasciare nelle peste intere comunità impoverite, degradate, che sempre più, per questo, si vanno spopolando, e che consentono solo a piccoli, ma familisticamente attrezzati gruppi di sopravvivere.

Come può, allora, una piccola comunità, per quanto dal passato glorioso, ma che ha contro perfino le istanze politico-amministrative superiori, capaci di calcolare solo il tornaconto immediato e a-progettuale e a-ideale, inserirsi nel gran gioco della globalizzazione, o quantomeno europeo? Come può una tale piccola comunità far fronte alle sfide di Cinesi e di Mondi in via di sviluppo, anzi ormai avviati verso un deciso sviluppo, che tanti grattacapi stanno creando alle economie avanzate? Dovrà definitivamente scomparire, mentre chi si è arricchito, magari illecitamente, scapperà gambe in spalla e nottetempo verso lidi accoglienti, fregandosene altamente della propria gente, dei figli e della propria terra?

Tutte le analisi più consapevoli e avvertite economiche e delle civiltà scommettono sul fatto che un’autentica e positiva globalizzazione, per il mondo occidentale, può reggersi solo sulla base e  sullo sviluppo, economico, tecnologico, culturale e spirituale, delle cosiddette “piccole patrie”, sulle specificità elettive e prestigiose delle comunità locali (il Nord-est, per esempio, delle piccole e medie imprese insegna). Sono esse che, coi loro prodotti pregiati e di selezione millenaria, coi loro uomini e donne ricchi di valori, tradizioni e consuetudini, riconquistati, rinnovati e immessi in un circuito virtuoso di scambi,  possono far affrontare alle nazioni avanzate le sfide di questo nuovo millennio.

Le nostre, oggi piccole, comunità, inserite in una incredibile realtà di risorse naturalistiche, paesaggistiche, urbane e colturali, dal prestigioso passato, hanno in abbondanza le ricchezze, fino ad oggi poco sfruttate, per inserirsi alla grande in tali sfide, ma qualcuno, infiltratosi nel PD, le vuole far morire definitivamente per il proprio tornaconto e fuggire verso più sicure prebende, quando inevitabilmente sarà, col malloppo politico conquistato. E si sa che una Comunità e una Civiltà che non producono, in ogni senso, culturale, economico, spirituale, morale, sono realtà destinate a morire, come lentamente sta avvenendo da fin troppi anni.

È questo l’obiettivo che il Partito Democratico, in cui avevamo posto la più grande delle speranze, intende perseguire qui da noi?

Se non interviene, e celermente, chi di dovere, si dovrà concludere che sì, che questo è l’obbiettivo del Partito Democratico?

 [Luigi Capozza]

[16.04.2008]




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