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La doppia scala mobile del lavoro precario


Una doppia scala mobile, carica di precari, potrebbe scuotere le coscienze sociali di quanti vorranno riflettere sull’ultimo film di Paolo Virzì.

Tutta la vita davanti è il titolo di una pellicola (nel cast: Isabella Ragonese, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Sabrina Ferilli, Elio Germano, Massimo Ghini, Valerio Mastrandrea)  che catapulta nella spirale italiana dei call center.

E che immerge in edifici scintillanti, al timone di ricchezze apparenti e sovradimensionate - fatte lievitare dalla distorsione della corsa all’apparire e dall’inclinazione alla messa in scena di capitali che sovraespongono gli stessi artefici di partite imprenditoriali prive di basi solide e giocate sul filo di un discutibile sistema dei finanziamenti - che offrono, ormai da anni, guadagni episodici ad un esercito di giovani italiani senza un lavoro stabile.

Ed è proprio in uno degli innumerevoli call center della nostra penisola che il regista toscano ha girato le scene di un gioiello cinematografico che spinge all’indignazione sociale verso una realtà lavorativa compensativa, ma non risolutiva, dei destini di molti giovani. Dei destini di chi per fare propria una proiezione futura deve poter confidare su un nucleo di certezze da agganciare al concetto di realtà possibile, senza spezzettamenti di spazio e di tempo che finiscono per frammentare il presente e il senso del futuro.

Il call center, situato in una zona periferica della capitale, messo a fuoco da Virzì, richiama uno pseudo-apparato gerarchizzato, in cui si insinua la cattiva competizione e il carosello premiale funzionale alla “gabbia” di un tipo di occupazione che punta ai risultati come meri segmenti da utilizzare nell’ottica di un profitto avulso da qualsiasi concezione giuslavorista antropocentrica.

Al vertice di questa spirale precaria del film si pone una quarantenne apparentemente grintosa (interpretata da Sabrina Ferilli), dai connotati romaneschi e da un amaro quanto delirante immaginario patologico - che inventa rapporti sentimentali e attese di maternità - e un capo debole e, a tratti, tenero (interpretato da Massimo Ghini), vittima di affari che “non girano” e di situazioni affettive burrascose. E, poi, sul set c’è anche un sindacalista appassionato (interpretato da Valerio Mastrandrea) pieno di calore umano, immerso in un quieto matrimonio e, al tempo stesso, pronto ad “inciampare” continuamente in vicende sessuali, amicali e sentimentali che si sovrappongono fino a confondersi ed elidersi. Proprio questo sindacalista appassionato cerca di aiutare - non senza errori tattici - la moltitudine dei precari del call center ritratto da Virzì. Non sono tutti uguali i precari del film del regista livornese: alcuni appaiono invasati, altri quasi indifferenti, altri ancora lucidi, nonostante il vortice del lavoro nell’era globale.  

Ma è Marta, la protagonista della pellicola firmata da Virzì, a tracciare un orizzonte di speranza. Marta è una ragazza neolaureata di origine siciliana (interpretata da Isabella Ragonese), intelligente, sensibile e concreta che riesce - nonostante le forze contrarie - a considerare la sua parentesi lavorativa in un call center come un passaggio obbligato, ma non obbligante, e, soprattutto, come una “sosta” di crescita. Una “sosta” che non affossa, né soffoca, né comprime, ma che tempra la forza interiore e che non ostacola il raggiungimento di migliori traguardi professionali.

Così l’immagine - paradigmatica del lavoro nell’era globale - di una scala mobile che sale (e conduce i precari a timbrare il cartellino del turno quotidiano di lavoro) e di una parallela scala mobile che scende (ed è satura di precari avviliti che hanno recitato la loro litania lavorativa quotidiana), potrebbe essere socialmente accettabile di fronte a chi - come la protagonista del film - dimostra di farcela, a dispetto dell’appiattimento delle risorse individuali messo in atto nel perimetro ristretto dei call center.

Eppure la vittoria faticosa ottenuta dalla salda soggettività di Marta (resa superbamente dall’espressività ricca e delicata di Isabella Ragonese), delineata nel film di Virzì, non dovrebbe condurre a un indietreggiare della responsabilità sociale e politica di fronte al lavoro precario. All’interno dei numerosi “bunker” del lavoro globale odierno, infatti, c’è anche chi mostra il suo lato perdente e finisce per farsi stritolare dall’ombra dell’alienazione.  

Le risposte sociali e politiche al lavoro precario, quindi, dovrebbero essere chiare e definite, ma dovrebbero anche tenersi lontane da facili e superficiali ottimismi di comodo, e da quelle “tinture di allegria da call center” che camuffano un problema sociale che sfilaccia il senso del futuro di molti.

[Francesca Melania Monizzi]

 

[29.04.2008]




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