Si tratta di un evento auto-organizzato, da donne ma non solo, il corteo che è partito da Piazza della Repubblica nel pomeriggio di sabato 22 Novembre 2008.
Si manifesta, si scende fra le strade per la voglia di dire e d’informare un mondo troppo spesso cieco, volutamente cieco, in cui la modernità non è nient’altro che un comodo paradigma d’appoggio, e dove, purtroppo, le antiche pretese patriarcali non sembrano decadere.
Si vuole parlare, o meglio, gridare, della violenza maschile, ancora prima causa di mortalità e infermità permanente per tutte le donne del mondo.

Perché essa è la norma, insieme al silenzio, è il dovere, l’ufficialità di un retaggio troppo vecchio e rispettabile per esser messo da parte. La violazione, e non solo fisica, della donna, diviene quasi cosa subdola, discreta, che impara e convivere con le paure delle sue vittime.
Troppe, troppe vittime. E se non è l’elemento maschile, il singolo cioè, a usareviolenze sopra di loro, è certamente una società sessista la controparte che profana, e non solo in nome di ideologie e tradizioni estremiste, quelle identità.
In India soprattutto, ma non solo, ancora si pratica l’infanticidio o l’aborto selettivo contro le donne, nei paesi islamici le bambine vengono infibulate, nelle aree rurali di molti altri Stati si preferisce nutrire il figlio maschio piuttosto che la femmina, con la seguita causa di malnutrizione, gravi contagi di malattie gravi, morte. Ancora morte.
Non è anche violenza questa, non è devastazione? Sono aspetti di un sistema che sembra non appartenerci, perché geograficamente distante. Le più “occidentali” aggressioni a lesbiche, omosessuali e trans, le discriminazioni contro le immigrate, possono darci una percezione più vicina del problema. Ma la sua unità fondante, il vero e proprio consorzio sociale che continua intorno ad esso ad operare, la discriminazione cioè, istituzionale molte volte prima che personale, ebbene essa non cambia.
Passano le politiche e le loro promesse, le varie strumentalizzazioni in rosa, i decreti ipotetici e le leggi che si fa fatica a mettere in pratica. In Italia soprattutto, ultimo medievale baluardo di mentalità fin troppo tradizionaliste, la donna fatica.
E sorge spontaneamente un riso quando ci si sente rispondere che molto è stato fatto, che la donna oggi vive diversamente.
E’ il tempo che è cambiato in realtà, è il contesto. Ci sono nuovi attori sul teatro, e il sipario è stato spolverato. Ma l’impalcatura di fondo, quel sacro durissimo nocciolo ancora non è stato scalfito. L’autorevolezza di questo punto di vista, la sua accettazione forte e da larga parte confermata, non può che imputare alla società quelle che sono gravissime carenze, eternamente barbare, crudeli.
Molto è stato fatto, ma molto è anche il lavoro da fare.
E sul tema della violenza prima di ogni altra cosa, per la bambina più piccola fino alla donna più anziana.
La manifestazione di oggi ha voluto rappresentare questo. L’ira da un lato, il dolore consapevole di un mondo che quasi le vede come eversive, progressiste malate, moderne.
Dall’altro un sensodi ribrezzo, di brivido, nei confronti di un sociale che intende la protezione delle donne come una necessità e non un diritto, un’emergenza internazionale.
Non è cosa scontata infatti, o logica. Ma del resto, tendendo uno sguardo alla malcelata diffidenza, talvolta più evidente oppure più nascosta, che il mondo continua a nutrire per la donna, possiamo infatti parlare di logico?
E’ ancora legittimo parlare di normalità?
[Angela BUBBA]
[22.11.2008]