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Il Fedro di Filippo Falbo


Sono state edite, per i tipi dell’editrice Aracne (Roma 2009, pagg. 279 – € 18,00), Le Favole di Fedro – testo latino a fronte – nella traduzione (e introduzione e commento) del nostro Filippo Falbo.

Di primo acchito, si potrebbe riconoscere che di una nuova traduzione di Fedro, dopo le tante e da immemore tempo, non se ne pensava il bisogno. Eppure, se il professore di Diritto romano Giorgio Luraschi (la materia giuridica è abbastanza frequentata dalle favole), se il prof. Donato Pirovano (italianista e giovane importante studioso di Dante: Dante e il vero amore – Serra editore, Pisa-Roma, 2009) se Salvatore Monda, prof. di filologia classica presso l’Università del Molise, se il prof. Rocco Mario Morano, direttore dell’autorevole rivista Campi Immaginabili, solo per fare alcuni nomi dell’ambito accademico, hanno espresso un alto grado di apprezzamento sul lavoro, anzi, per certi versi, da annoverare tra le grandi traduzioni, un qualche motivo importante dietro questa nuova traduzione ci deve pur essere. Leggere per credere: una lettura davvero affascinante.

Ma perché? Personalmente, favola dopo favola, ho dovuto dar credito alle parole introduttive dello stesso Falbo.

Fedro ebbe, già lui, a lamentarsi che la sua opera godesse di scarsa considerazione presso il circolo degli intellettuali dell’epoca, dai quali avrebbe voluta riconosciuta la dignità del genere letterario favolistico e che fosse stato accreditato e accolto come poeta a pieno titolo. Egli, infatti, si assegnava un ruolo originale e potente nell’indagine delle cose umane. Era la sua una giusta pretesa? Stando all’uso che si è fatto dell’opera di Fedro sembrerebbe di no. “Le nostre generazioni – scrive Falbo – … hanno avuto in Fedro una balia solo per i primi passi, il che ha fatto sì che il poveraccio fosse collocato ai piani bassi della lingua e delle possibilità espressive … Fedro era [divenuto così] un autore di prima media …”. O come oggi, diremmo noi, di scuola primaria, per un accessibile e primitivo strumento formativo di morale della favola.

Invece, quelle di Fedro sono cultura e poesia alte, sì da richiedere una nuova traduzione e quindi una nuova interpretazione?

Al proposito, il traduttore si chiede: “Cosa ci deve o ci può insegnare il povero Fedro? Forse nulla […] Ciò che oggi può spingerci alla lettura di Fedro sono proprio le ragioni che rimasero una sua aspirazione: è un poeta, un letterato, che ci ha lasciato un’opera di enorme bellezza – anche se oggi purtroppo frammentata – … Leggere Fedro non significa imparare qualcosa, ma apprezzare qualcosa, godere della lettura per quella che essa ci dice di noi stessi …” (citiamo al proposito, e in senso esemplare, le impareggiabili favole, e impareggiabilmente tradotte, Barba caprina, in cui si richiama all’essere e non all’apparire, oggi invece tanto di moda, e Gli ambasciatori dei cani presso Giove, sul potere e i suoi puzzolenti servitori). “Egli è un poeta a pieno titolo, un poeta delle lettere latine […] L’opera è di uomini e d’animali. I bisogni e i modi di vita che gli animali hanno in comune con gli uomini forniscono occasioni così forti che nessuna umanità all’interno dell’opera è più umana … noi abbiamo cani e asini con una propria individualità, esattamente come accade agli uomini …”. Si pensi, ad esempio, all’Asino e il leone a caccia o, positivamente, alla perorazione del merito, e non delle leggi o dell’inconscienza umana, in Il cane e l’agnello.

Ha ragione Fedro nel rivendicare l’importanza della sua opera come opera originale, “poema nuovo di una materia sistemata così per la prima volta … Si potrebbe azzardare – prosegue Falbo – che Fedro, con tutto quel materiale che tratta …, come pure accade nella Divina Commedia, seguisse, o avesse realizzato, il disegno di un mondo completo e articolato di sentimenti e di rapporti, al quale … non manca niente, naturalmente, neanche lo spazio divino […] Non è un caso, a mio parere, che la prima favola sia Il lupo e l’agnello … nessun apologo … sa meglio riassumere e rendere monumentale e paradigmatico (cors. nostro) il rapporto di maggiore evidenza … che è quello tra il forte e il debole. Quest’apologo, si consenta il paragone, pare analogo alla scritta dell’Inferno dantesco: in entrambi i casi ci si fa avvertiti del mondo che andiamo ad esplorare […Fedro] è dappertutto [nelle sue favole e la loro morale però] deriva precisamente dal fatto che il loro insegnamento non ha a che vedere  con una filosofia individuale, col risultato di una indagine, ma unicamente coi grandi princìpi ai quali occorre si uniformi la condotta degli uomini. La stessa vicenda di Omero si è alimentata di condizioni analoghe [… Egli] è nemico dei soprusi, … che dichiara le sue tendenze ideologiche, che ha un forte sentimento religioso …, qualcosa che implica la coscienza e il sentimento religioso … come era in linea con la spiritualità di un’epoca per la quale [noi cristiani] siamo soliti dire che i tempi erano maturi, vedi il caso di Virgilio. Questo Fedro è un personaggio forte all’interno dell’opera, un personaggio che pratica le varie possibilità di comparire, dall’inevitabile cattedra che la scelta stessa del singolo apologo gli offre fino al coinvolgimento più pieno e appassionato. Ma niente stride, il piccolo calligrafico apologo è in ordine con l’epilogo più sofferto e personale [… e] il fenomeno mi rimanda alla Divina Commedia e al personaggio Dante”.

Siamo perfettamente d’accordo, e forse comprendiamo meglio ora perché la traduzione di Falbo sia accolta, da parti autorevoli e qualificate, come nuova ed eccellente.

[Luigi  Capozza]




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