La verità è nascosta in fondo al mare. Ma l’emorragia di informazioni che trapelano in questi giorni in seguito al ritrovamento del relitto di quello che potrebbe essere il mercantile Cunsky (di cui aveva parlato Francesco Fonti, ex narcotrafficante della Locride, ora collaboratore di giustizia), affondato al largo del Tirreno cosentino proprio nel punto che era stato indicato dal pentito, dimostra che non è soltanto la sabbia - e la mafia - a nascondere misteri negli abissi nostrani, da decenni usati come enorme pattumiera.
Un contributo notevole all’occultamento lo offre anche una sorta di congiura del silenzio che ruota intorno alla vicenda. La ricerca della verità, negli ultimi quindici anni, è stata interrotta più volte e più volte ripresa, per poi naufragare di nuovo. Se sarà così anche stavolta oppure no, chi può dirlo? Per il momento, insieme alla nave di Cetraro (Cs) dai fondali calabresi emergono e riemergono - per l’ennesima volta - anche testimonianze su questa oscura vicenda.
Aldo Anghessa, personaggio controverso che ha occupato più di una volta, in passato, le pagine della stampa italiana e internazionale per ragioni legate a operazioni di intelligence ma anche al traffico d’armi e di rifiuti radioattivi, dichiara: “A partire dal 1987 è attiva in Italia una lobby affaristico-criminale che gestisce il traffico di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi. Lo smaltimento può avvenire con tre distinte modalità: l’interramento in località del Sud Italia in vecchie cave o discariche; l’affondamento di navi, normalmente in zone extraterritoriali; o lo smaltimento presso paesi del Terzo mondo come il Libano o la Somalia”.
La testimonianza non è di questi giorni ma, in relazione all’accaduto e a dispetto della torbida vicenda di cui fa parte, ora appare in tutta la sua agghiacciante limpidezza.
Gli inquirenti stanno cercando di mettere insieme il mosaico delle informazioni scomode accumulate a più riprese negli anni e in questo ultimo periodo.
Negli anni Novanta, è stata la Procura di Reggio Calabria a effettuare delle indagini sullo smaltimento di scorie pericolose in mare, mossa dal sospetto che fossero coinvolti numerosi governi, europei e non, con l’ausilio di apparati dello Stato obbedienti a logiche estranee alle istituzioni.
A rappresentare l’esito conclusivo delle indagini è stata l’archiviazione. I magistrati volevano dimostrare che numerose navi, caricate di scorie radioattive, venivano fatte affondare volutamente in mare e che i rifiuti speciali viaggiavano tra Europa e Africa. Al termine dell’inchiesta nessuna incriminazione.
L’indagine in corso, effettuata dalla Procura della Repubblica di Paola, è collegata, invece, al caso dello spiaggiamento della Jolly Rosso e alle discariche di rifiuti tossici e radioattivi interrate nel territorio di Amantea e Serra d’Aiello. Ora si attendono analisi di laboratorio per accertare l’esistenza di fonti di inquinamento chimico e radioattivo nelle acque del Tirreno.
Questo per ora è quello che si sa dalle prime ricognizioni effettuate grazie a un robot sottomarino: la nave affondata al largo di Cetraro giace a 22 miglia marine dalla costa calabra ed è grande come un transatlantico. Presenta su un fianco uno squarcio, forse il segno di un’esplosione – al vaglio degli inquirenti se procurata volontariamente o no – che potrebbe essere stata la causa dell’affondamento. Dalla falla aperta nello scafo fuoriescono le sagome di grossi contenitori cilindrici, si parla di 120 fusti.
Il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, afferma “ Se sia davvero la nave di cui parla il pentito Fonti, questo lo dirò solo quando avremo tutte le prove. Certo, ci sono una serie di elementi che lo fanno pensare”.
Se ciò venisse confermato, cioè se si venisse a scoprire che la nave ritrovata è proprio la Cunsky, quella di cui parlano i pentiti di mafia, stavolta si aggiungerebbe un tassello davvero importante al mosaico: secondo quanto raccontato dall’ex appartenente alla ‘ndrangheta, il mercantile venne affondato con l’aiuto della cosca Muto e la complicità di alti esponenti dello Stato, cioè esattamente quello su cui stava indagando, prima dell’archiviazione, la Procura di Reggio Calabria negli anni Novanta.
Il cerchio non è ancora chiuso, ma per gli ambientalisti, per i quali la vicenda delle navi dei veleni è una delle più sentite battaglie, “Il ritrovamento della nave al largo di Cetraro conferma quanto Legambiente ha denunciato sin dal 1994”, lo ha detto il dirigente nazionale Nuccio Barillà, che ha poi aggiunto “Speriamo che ora la verità venga finalmente a galla. E che gli accertamenti si allarghino anche a tutte le vecchie inchieste irrisolte a La Spezia, in Calabria o in Alto Adriatico”.
Per il momento quello che si sa è soltanto che tra gli abusi, l’inquinamento, le immense fortune incassate dalle cosche con effetti devastanti sull’ambiente, la Calabria sta lentamente perdendo una delle sue risorse più belle: il mare.
[Mara Pitari]
[16.09.2009]
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