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Uno scherzo d'altri tempi


Un sabato pomeriggio, del gennaio di tanti anni fa, in Piazza Filottete si erano ritrovati: l’avv. Scalise, l’avv. Tronca, il Dott. Capozza, il farmacista Mazzuca, l’avv. Sestito e don Alfonso Madia per la consueta passeggiata.

Nel momento in cui io, Nino Cosco e Vincenzo Carvelli ci siamo avvicinati per unirci a loro, Vincenzo Tronca fece notare l’assenza del Prof. De Luca e, volendo fare dell’ironia, disse: “Don Antonio è allergico al vento di tramontana e se ne sta rincantucciato al focolare; perché non andiamo a molestarlo in casa?”.

La proposta fu bene accolta e tutti ci recammo in Largo Tribuna. Ancora prima di bussare, donna Romilda, avendo riconosciuto le nostre voci, aprì la porta e, chiamando con tono allegro “Totò, Totò!”, ci fece accomodare nel salotto. Subito apparve sulla soglia il viso sorridente di don Antonio che, stringendo la mano ad ognuno di noi, mormorava: “Benvenuti, benvenuti in casa mia, la vostra visita mi colma di gioia”.

Mentre si sedeva sull’unica poltrona libera, rivolgendosi alla moglie le diceva: “Romì – tu e Maria andate sotto e fate quello che sapete”. Capimmo facilmente che le donne, come al solito, dovevano andare nell’appartamento di sotto per apparecchiare la tavola.

A questo punto, visto l’affetto e la signorilità con cui eravamo stati accolti, nessuno, e ne tanto meno Vincenzo Tronca, osò dire il vero motivo della visita. Ricordo che restammo un po’ confusi ed esitammo a parlare, ma don Alfonso che, unitamente a don Bruno, era l’anima della compagnia, capì che bisognava rompere il ghiaccio e, da esperto, intrattenitore, disse: “Per chi non lo sapesse voglio raccontare un fatto ameno capitato al Notaio Caruso nel breve periodo in cui amministrò il nostro Comune. Negli anni che seguirono la caduta del fascismo, don Egidio venne nominato Commissario Prefettizio.

Il giorno successivo al suo insediamento radunò gli impiegati nella sala consiliare e, con il suo personalissimo tono affabile, disse loro: “Amici miei – voi sapete che per quel senso di modestia che mi ha sempre distinto, non volevo accettare il prestigioso incarico, ma le insistenze dei compaesani e le sollecitazioni di alcuni autorevoli personaggi, mi hanno fatto ritenere che non fosse opportuno perseverare nel rifiuto e quindi ho accettato. Voi sapete pure che per una corretta amministrazione della cosa pubblica io posso offrire buon senso, moralità equilibrio e responsabilità; mi manca però la cosa necessaria,e cioè, l’esperienza specifica. Questa la possedete voi perché sono numerosi anni che lavorate alle dipendenze del Comune, sicché nessuno meglio di vi sa come bisogna agire per amministrare bene. Io, seppiatelo, non voglio sfigurare e, soprattutto, voglio rendermi utile alla cittadinanza. Per ottenere lo scopo ho bisogno della vostra piena collaborazione e voi, in nome della nostra buona amicizia, non dovete rifiutarmela”.

Man mano che il discorso proseguiva, gli impiegati, vuoi per il contenuto, vuoi per il suo modo persuasivo di porgere, si erano quasi commossi e all’unanimità dissero: “Do Gì – siamo nelle vostre grazie, contate pure su di noi e siate certo che da parte nostra sarà fatto il possibile per non farvi sfigurare”. Passarono i mesi e l’amministrazione, tenuto conto del periodo di vera crisi, operava bene e nessuno si lamentava.

Il messo comunale, Francesco Ierardi, ogni giorno portava sulla scrivania del Commissario i certificati e gli atti per la firma, don Egidio li sfogliava velocemente e vi poneva il visto.

Un giorno Francesco, con tono preoccupato, disse:“Do Gi! Voi siete d’animo buono e vi fidate di tutti, firmate le carte senza guardarle, ma io vi dico che fidarsi è bene e non fidarsi è meglio”.

Don Egidio, con il suo solito amabile sorriso, così rispose: “Francì, ti ringrazio dell’avvertimento, apprezzo sempre più il tuo attaccamento nei miei riguardi, ma rassicurati perché nessuno mi farà del male. I tuoi colleghi sono persone responsabili, sono stati sempre ligi al dovere e mai mi farebbero firmare atti falsi o dannosi per me o per altri".

Francesco che era un tipo da non giustificare l’eccessiva buona fede, uscì dalla stanza mogio mogio e portandosi nella stanza di don Giovanni Fico - dove si trovavano pure don Antonio Schipani, addetto all’anagrafe, e Pietro del carcere, guardia comunale - con modo stizzoso raccontò loro il fatto. Pietro, che era un tipo sempre allegro, disse: “Don Egidio è fatto così, ma ora se voi siete d’accordo gli faremo uno scherzo significativo.

Don Antò, tu prepari un atto di morte a suo nome, e bada di scrivere il nome di Caruso Egidio a lettere cubitali; tu Francì, domani lo metterai tra le carte da firmare; se do Gidio firmerà il suo atto di morte senza accorgersene, io, che frequento casa sua, farò in modo di metterlo sotto il suo piatto”. 

Mentre don Alfonso proseguiva nel racconto e noi lo ascoltavamo con interesse, donna Romilda più volte si avvicinava al marito per dirgli che tutto era pronto. Totò, approfittando di una breve pausa, disse: “Alfò, tu parli in maniera affascinante, ma se non andiamo a mangiare subito, mia moglie non mi lascia tranquillo. Dicci in poche parole come la prese Egidio ed intanto andiamo giù.”

lessandro Capozza, Mario Sestito e Vanni Mazzuca furono i primi ad alzarsi perché la conclusione del fatto la conoscevano già per averla ascoltata precedentemente in un altro salotto dalla viva voce della nobile consorte del protagonista.

Sapevano, infatti, che Don Egidio non firmò l’atto di morte perché, contrariamente a quanto credesse Francesco, lui firmava gli atti solo dopo averne, sia pure velocemente, controllato il contenuto.

Subito dopo la firma, Francesco si recò nell’ufficio di don Giovanni seguito da altri due compartecipi allo scherzo. Qui scartabellarono gli atti firmati e, con loro grande sorpresa e disappunto, notarono l’assenza dell’atto di morte.

Mentre i quattro si guardavano sgomenti, giungeva all’ improvviso don Egidio che, sfoderando il suo dolce sorriso e sventolando il famoso certificato, apostrofava i presenti in questi termini: “Ricordate che io non ho mai firmato atti prima che questi venissero da me controllati; debbo comunque darvi atto che lo scherzo è stato ben congegnato ed io l’ho proprio gradito”.

Don Antonio De Luca, che non conosceva quel simpatico episodio, sentita la conclusione, mise in atto il suo parlare forbito e, con quel caratteristico e piacevole timbro di voce, evidenziò il perfetto e signorile comportamento del notaio. Sulla tavola imbandita trovammo il ben di Dio e la cena si protrasse fino alle ore piccole.

Il rubino di san Demetrio, bevuto in gran quantità, restituì a Vincenzo Tronca l’ardire di punzecchiare il Professore, a Don Alfonso tolse la parola, a don Bruno riportò il piacere del canto a me le solite lacrime di commozione, a don Antonio maggiore energia nel rintuzzare gli attacchi di Vincenzo, a tutti gli altri la libertà di parola.

Quel che seguì lo racconteremo in altra circostanza.

[Eugenio Cavarretta]

 

 

 

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01/01/2001

 

 

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