Ok, l’ho fatto.
Il tipo del negozio mi ha prima squadrato per bene.
Sarà, mi sono detto, forse destavo sospetti con la barba curata e quell’espressione preoccupata, non lo so.
Comunque è stato facile: ho preso in prestito il libro in biblioteca.
Una ragazza gentile al bancone me lo ha dato e non ha fatto domande strane: - riportalo in tempo – mi ha detto – e non sottolinearlo, che me ne accorgo sai? – ha sorriso.
Io l’ho rassicurata e un minuto dopo guardavo già la luce che passava fulminea, filtrando dal coperchio della macchina.
Va bene, si: ho fotocopiato un libro. Che c’è di male? Lo fanno tutti, sarò mica solo io d’altronde.
E pensare che dentro il libro c’era pure scritta una paginetta, una predica giusto sopra il colophon, in fondo alla pagina bianca dopo iniziale. Diceva che fotocopiare un libro, una pubblicazione scientifica soprattutto, è uccidere la cultura.
Io l’ho letta, si, ma ormai ero già dentro: l’uomo magro che odorava di tabacco della copisteria mi aveva appena assegnato la fotocopiatrice, la numero quattro. Aveva pure badato bene di azzerare il contapagine, e predisporre il tutto.
Dicono sia grave, ma io che ci posso fare?
Al primo anno di università ero un idealista, pensavo che con qualche sforzo, i libri li avrei comprati tutti, cosa ci vuole. Che in fondo in Italia non si legge abbastanza, e qualcosa la dobbiamo pur fare per salvare le case editrici, no. E poi a me i libri piacciono, sono un bibliofilo, come Eco.
Insomma, io ci ho provato signori. Mi sia concessa la buona fede come attenuante.
È che la vita è difficile, e in più noi siamo studenti.
Così, un bel giorno finalmente mi sono deciso. Il libro di Eco, quello lo volevo comprare, giuro. Mi sono detto: ho comprato originale il libro di microeconomia, e vengo dal classico e ho scelto Scienze della Comunicazione.
Avrò diritto a un Eco originale, no? Così sono entrato da Feltrinelli, e nel corridoietto dove è nascosta la semiotica ho cercato il mio buon libro.
Ventuno euri, cazzo.
L’ho odiato, devo ammetterlo.
Mi sono detto: saranno tutti bravi a parole. Bla, bla, bla, e poi Guccini vende il cd a venti euro ed Eco il suo libro a ventuno.
Solo in seguito, mi hanno spiegato quanti di quei ventuno euro arrivano alla fine sul serio in tasca a Eco, e lì ho riso io: una miseria, ed Eco chissà quante notti insonni ci aveva passato a scriverlo.
Il resto è venuto da sé. Sono entrato in una copisteria. Dovevo farlo se volevo leggere quel dannato libro che m’interessava (e magari fare poi l’esame).
Poi, alla fine mi divertivo pure. Dopo un paio di libri avevo già un’efficienza da mondiali di copia-fast, guardare per credere. Coordinato al millesimo, credete, faccio sessanta pagine al minuto.
Sia inteso, io per pagina intendo due facciate. Ogni tanto però penso a Eco e alle diottrie che perde ogni notte su una pagina Word.
Vi assicuro che non è bello, se penso che uno studia una vita, scrive e si ammazza per l’emancipazione del mondo, e poi gli studenti gli si presentano all’esame con il libro fotocopiato, e la spirale di plastica dal colore coordinato con il cartoncino del retro.
- Professore…vede…è che questo ciclo avevo quattro nuovi corsi. Tre libri a corso, venti
euri a libro, capirà… faccia un po’ i conti lei. -
Oppure: “io l’avevo comprato, ma sa…ai giardini Margherita: ero lì sul prato a studiare, mi sono addormentato e me l’hanno rubato! Mi sono distratto un attimo. Un cane me l’ha scambiato per un freesbie…è per via di quella sua copertina arancione lucido, sa? Deve dirglielo alla Bompiani. Qualcosa si deve fare, capirà.
Come se uno che ha scritto Il nome della rosa immaginando per filo e per segno ogni particolare di un monastero medievale, poi certe cose non le capisce da solo.
Ma così è, se vi pare, e amen. Abitiamo in un Paese che fa il 3x2 pure sulle medicine, e un libro lo paghiamo ancora venti, trenta euro.
Diamine.
Ma io voglio leggere. E allora sono un impenitente.
Lo ammetto. Un lussurioso della fotocopia. Ci prendo gusto ormai. Senza quei bordini nero-pece ai lati della pagina non riesco a concentrarmi nella lettura, e che ci posso fare?
E pensare che sono uno che ci tiene alle istituzioni, io.
Eco mi capirà?
[Simone Arminio]
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