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Hantura


Operante da alcuni anni, con un cd e vari concerti nell’attivo, quello degli “Hantura” è qualcosa di più di un semplice complesso di musica popolare. E’, innanzi tutto, un’associazione culturale impegnata nella riscoperta e nella valorizzazione di alcuni brani della tradizione popolare che, altrimenti, erano destinati a rimanere nel dimenticatoio. 

Dal latino “Ante horam” la parola dialettale che da’ il nome al complesso vuol dire, letteralmente, “poco fa”: un passato non ancora del tutto passato cui non si vuol permettere di scomparire definitivamente; per quella globalizzazione che sembra massificare anche i gusti musicali. Grazie a quel Sound che ti “attarantola”, numerosi brani rielaborati hanno acquistato un tale fascino che, grazie anche alle note della chitarra battente, non è facile per gli ascoltatori rimanere semplici spettatori senza sentire la voglia di lasciarsi andare in una tarantella.

Quello degli “Hantura”, inoltre, è principalmente un gruppo di amici che nei  week end si lascia catturare dal gusto di stare e suonare insieme. Ecco così, che per quella magia che solo la passione può spiegare, ogni volta che questi “musicisti per hobby” s’incontrano una metamorfosi vera e propria avviene.


Hantura

Franco Grano, maresciallo dell’esercito a Castrovillari (Cs), s’acquatta alla batteria sfogando sui piatti tutte le tristezze da “interista idealista”, il fotografo  Salvatore Vona abbraccia la fisarmonica, i bassisti Franco Le Pera e Fulvio Ierardi, orafo il primo e tecnico odontotecnico l’altro, impugnano i propri strumenti e gli accordi iniziano, armonicamente,  a sommarsi.

Con fare da furetto, ecco apparire Mariolino Carvelli: dalla prima inquadratura dell’occhio di bue in poi sarà difficile vederlo fermo.

al flauto traverso a quello dolce, dalla tamorra alle percussioni ed alla voce è lui il laeder del gruppo.

Lo accompagna alla chitarra battente ed al mandolino il fratello Gino che, quando non affascina gli spettatori con una voce che richiama quella di Fabrizio De André (probabilmente il suo cantante preferito) li ammalia con quella dei propri strumenti, per i quali sta’ apprendendo anche i “trucchi” del liutaio.

Unica ragazza in questo “clan” di musicisti ecco Serafina Apa a proprio agio sia quando si tratta di accompagnare gli amici  con la tamorra e sia quando si tratta di cantare. Ascoltandola ci si accorge, subito, che non è stato certamente per caso che Eugenio Bennato (cha ha proprio gli “Hantura”  fra i compagni di viaggio più cari nel progetto “Taranta power”) le abbia chiesto alcuni anni or sono di accompagnarlo in una tounée estiva che ha toccato anche la lontana Australia.

Proprio questa collaborazione col noto Cantante partenopeo nel suo viaggio di riscoperta e valorizzazione della musica etnica dell’Italia meridionale ha rappresentato per gli “Hantura” la possibilità di una crescita artistica che è possibile gustare concerto dopo concerto dovuta anche al confronto con altri gruppi di musica etnica e popolare.


Il repertorio delle varie serate è abbastanza ampio e racchiude sia alcuni dei più noti canti rielaborati da Eugenio Bennato e sia dei canti popolari del Marchesato crotonese che gli stessi musicisti petilini hanno raccolto, trascritto e rielaborato.

Fra gli altri brani, è questo il caso di “Peppino Passava” canto spassionato di un giovane che deve dividere il proprio tempo libero fra “gli amici che mi aspettano” e la donna amata. Brani di un intenso lirismo sono “Riturnella” e “Donna Richetta”.

Nel primo brano un’ innamorata si rivolge ad una rondine, “riturnella” che “va’ lu mare mare” chiedendole di raggiungere l’amato lontano per essere messaggera d’amore. La seconda, invece, è una canzone scritta “a rampogna” come tanti altri brani della musica popolare calabrese e narrante un fatto realmente accaduto….

Sentiti amici mii nu fattu me successu…
Avìa amatu ‘na giuvane cù piacere d’amuri
Ora s’è fatta monaca e moru de dolore (…)
Avìa fattu na villetta ppè cce stare donna Richetta,
avia fattu nu sedile ppè cce stare don Fidale…”

(sentite amici miei, un fatto mi è successo| avevo amato una giovane ricambiato \ ora si è fatta monaca e muoio di dolore \ avevo fatto una villetta per starci donna Enrichetta \ avevo fatto un sedile per starci don Fedele).

Rivolgendosi direttamente alla donna amata, il poeta immagina che anch’essa provi qualche rimpianto ed aggiunge:

“… un ti cce curpa nuddru ca ti cce curpi sula
si te vena ‘ncunu penzìeru ti cc’hai de rassegnari…
(non ti ci colpa nessuno che ti ci colpi sola \ se ti viene qualche pensiero ti ci devi rassegnare).

Davvero emozionante particolarmente per chi vive o ha a vissuto nel Marchesato crotonese la rielaborazione del canto folkloristico “A Canzona da Saenta Spina”, un canto devozionale in dialetto petilino cantato dai pellegrini che raggiungono il santuario della sacra Spina dove, secondo tradizione, è venerata una Spina della corona del Cristo.

“…chi bella jurnata – cantano i devoti della Reliquia -  ca è stamattina
jamu e truvamu a saenta Spina
e ssù miraculu n’ha de fare
a saenta Spina n’ha de aiutare (…)”

(che bella giornata che è stamattina \ andiamo a trovare la sacra Spina \ e questo miracolo ci deve fare, la santa Spina ci deve aiutare).


A dare un particolare fascino all’esecuzione dei vari brani, l’utilizzo per il loro accompagnamento di alcuni strumenti propri della musica popolare calabrese.

Fra questi, la regina è senza dubbio la chitarra battente. “è – hanno scritto Antonello Ricci e Roberta Tucci, ricercatori dell’ Università della Calabria in un recente saggio sugli strumenti popolari calabresi - uno strumento musicale di origine colta (XVII sec.) adottato dai contadini calabresi.

Lo strumento ha forma allungata con spalle e fianchi poco pronunciati, fondo bombato e alte fasce su cui, a volte, vengono aperti dei forellini detti "orecchie".

La buca è coperta da una rosetta cilindrica di cartoncino colorato al centro della quale emerge un fiorellino di carta.

Lo strumento monta 4 corde metalliche, tutte uguali e molto sottili (0,20-0,25 mm), alcune delle quali possono venire raddoppiate. Spesso vi è anche una corda di bordone acuto detta scordino, tirata da un pirolo che buca la tastiera fra la VI e la VII barretta.

Di particolare interesse è la tecnica esecutiva da cui probabilmente lo strumento prende nome.

La mano destra struscia con le dita il telo delle corde e contemporaneamente sfrega e/o colpisce il piano armonico creando un doppio effetto armonico-percussivo di particolare efficacia (ribbummu).

 Un movimento a ruota della mano destra (rotuliata), permette di realizzare le terzine. La mano sinistra esegue gli accordi sulle prime tre corde. La quarta corda non viene mai tastata e funge da bordone di dominante”.

A questo strumento musicale una certa attenzione negli ultimi anni è stata rivolta anche dall’Istituto tecnico del legno e dell’Arredamento di Petilia Policastro che gli stà dedicando dei corsi di formazione nelle ore serali a cura di alcuni fra gli ultimi liutai ancora operanti in Calabria.

Oltre che dal punto di vista didattico, si tratta di un esperimento utilissimo col fine di non permettere al passato di passare veramente ed al presente di conservare quelle particolarità, come la chitarra battente e la lira calabrese, che rendevano “unica” la musica popolare di questo territorio.

[Francesco Rizza]




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15/10/2004

 

 

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