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Antonino Cosco


Nino Cosco - Petilia PolicastroQualche mese fa, ad una manifestazione in suo ricordo, ho avuto modo di confessare la commozione che mi pervade nel ricordare la figura di Antonino Cosco. Un ricordo ineludibile e che si sostanzia sempre più ogni qualvolta si tenta di approfondire la sua opera letteraria e il suo mondo interiore, le sue passioni civili, i suoi interessi.

Eravamo amici. Ci univa, oltre all’affetto e alla stima reciproca, anche il grande amore per la nostra terra, nonché il rammarico di dover sempre continuare ad assistere ai gravi e pesanti problemi che affliggono il nostro Sud. Abbiamo avuto inoltre il modo di collaborare a diverse iniziative culturali.

Fu un periodo proficuo e di mutuo arricchimento.

Aveva, Nino, un carattere spigoloso, orgoglioso, carismatico, spinto ad inseguire il tempo, percorso da quella febbre che gli consentì, in meno di nove anni, di pubblicare oltre 12 lavori e di curare numerose attività editoriali e culturali. Manifestava un’urgenza del dire, di mettersi al lavoro, che in alcune, sia pure rare, volte gli faceva trascurare la perfezione formale. Abilità, tuttavia, che certo non gli faceva difetto. Anzi, possedeva uno stile diretto, in visivo, nervoso, spesso, è vero, dai costrutti aulici, ma mai compiaciuto o estetizzante.

Oggi sono portato a credere che certe sue spigolosità, certi suoi moti di orgoglio, certe insofferenze si accentuassero, ovvero fossero provocati dalla straniante consapevolezza di vivere in un ambiente socialmente abulico, disgregato e privo di consapevolezza storica. Non sentiva sufficientemente apprezzata la sua opera letteraria. E ciò, appunto, feriva il suo giusto orgoglio e lo faceva reagire.

Albergava, infatti, in Nino un orgoglio di carattere spirituale, antropico, proprio cioè dell’uomo che sente di appartenere ad una comunità, nel suo caso Petilia Policastro. Era orgoglioso delle sue origini. E su questo non ammetteva repliche. Anche se lo celiavo un po’ e lui si arrabbiava un po’, perché io, originario di Strongoli, storicamente, ormai pare accertato, l’autentica Petilia, contraddicevo il suo essersi lasciato sedurre dal mito che Policastro fosse quell’antica città: cercavo di convincerlo che Policastro aveva avuto natali ben più antichi e autoctoni, ma non certo risalenti all’antica Petilia.

Sulla questione del giusto apprezzamento dei suoi lavori, si rasserenava abbastanza quando si parlava di Santa Severina, città che, oltre a rappresentare un punto di riferimento alto della coscienza storica e dell’animo calabresi, sapeva apprezzare e valorizzare la sua opera.

Castellaria - Antonino Cosco

Era profondamente convinto, e a ragione, della bontà del suo lavoro; era consapevole d’esser riuscito a farsi interprete persuasivo, perché innamorato e dotato di strumenti espressivi di primordine, di un’intera comunità. E vi era riuscito con una pietas che lo elevava a poetico cantore degli uomini e della storia che tale comunità connotano.


Dell’opera di Antonino Cosco si sono già date molte interpretazioni.

Non ci soffermiamo su quest’ultimo giudizio, che a dei contemporanei del nostro autore può apparire temerario; l’emozione dell’attualità, infatti, ha bisogno di decantare per potersi esprimere su un giudizio di tal fatta; ma, insomma, tutte le sopraccitate interpretazioni rendono effettivamente merito alla articolata complessità e ricchezza dell’opera del Cosco.


Opera, dunque, ricca e complessa, che inizia la sua articolazione, però, non esattamente la forma del romanzo e del dramma storici. E anche la successiva forma storica è complicata da almeno due elementi poderosi: l’epos e alcune caratteristiche tipiche del romanzo settecentesco con la sua indagine documentaria e in stile gnomico-pedagogico sulla società e i suoi costumi.

Nino era consapevole di tali caratteristiche, basta rileggere i Racconti petilini, e soprattutto l’introduzione che egli fa a questo lavoro, e porre mente ai continui interventi personali, ora impliciti ora espliciti, che va conducendo nelle sue opere.

Si diceva che Cosco inizia la sue fatiche letterarie non attraverso la forma del romanzo storico.

Inizialmente, infatti, l’amore e l’urgenza di riscatto per le nostre genti si dipanano nella forma letteraria del “realismo magico”. Le prime opere come Orme di piedi scalzi, Il grido della Sibilla, Fuochi gitani, Petilia. Una collina di storie e di leggende, sembrano corrispondere perfettamente alla definizione del realismo magico che ne dette Bontempelli, e cioè una nuova arte carica di “precisione realistica e atmosfera magica”.

Ovviamente, pur partendo dalla definizione bontempelliana non si intende attribuire a Nino le identiche intenzioni programmatiche di Bontempelli, essenzialmente legate al Fascismo, ovvero alla questione della nascita della palingenetica “terza età” (appunto il Fascismo), ma non si può affermare che nel Nostro non sia presente una dimensione moralistica e di rinascita. Si intende piuttosto fare un sostanziale riferimento ad un Corrado Alvaro, per esempio, a quel suo “orizzonte mitico carico di risonanze personali ed autobiografiche e complicato da un’ostinata problematicità, come scrive Ferrosi, o ad Anna Maria Ortese, nell’accezione che del realismo magico dà Giuliano Manacorda.

Di questa caratteristica di Antonino a me pare dia testimonianza, e non sembri uno scandalo, anche il saggio L’idea della giustizia nella sua fede ostinata e problematica di una ricerca orginale e per quanto possibile legata proprio miticamente ad una originarietà naturale fisica, organicistica, del giusnaturalismo.

In definitiva, il realismo magico a cui fa appello la sensibilità di Cosco appare il riuscito tentativo di rintracciare l’animo e l’anima di un popolo, il suo “spirito”, si direbbe romanticamente. Consapevole, evidentemente, che l’identità e le radici di un popolo si giocana primariamente nella sfera dello spirito. È come se, prima di passare alla storia propriamente detta e agli individui, egli intendesse appropriarsi (e far sì che anche gli altri si appropriassero) di quello che Hegel chiama appunto lo “spirito di un popolo”, fondamento essenziale che non verrà disperso nelle opere successive.

In questa faccenda vi è d’altra parte un’ulteriore complicazione nella poetica del Cosco, che fa appello appunto ad alcuni fondamenti della poetica romantica: E cioè l’interesse per i miti, le credenze e la religiosità di un popolo, nonché l’interesse per la natura e certi stilemi ermetici e magici (basta ricordare, pur nell’impianto storico, la tragedia Il cerro del monaco (‘U carigghiu du monacu), ma anche la presenza coinvolgente, “vivente”, della natura in alcuni racconti come Chitarra battente o la possente descrizione dell’uragano notturno in Tonache di antico panno, ricco, per altri versi, di un altro luogo romantico come il simbolismo. In Racconti petilini, inoltre, fa capolino (De Cuccis) una vena di surrealismo.

Ma cos’è veramente la Calabria per Nino? O, se si vuole, cos’è il Meridione per lui?

Credo, e non so dire se sia un azzardo, che la risposta vada cercata tendenzialmente nell’atto unico La tragica fine di Enrico VII (figlio di Federico II), in I Signori dei castelli.

Guardando in superfice, ma anche con una certa cognizione dei fatti storici, potremmo dire che attraverso il serrato confronto tra Federico II e il figlio Enrico VII si consuma il dramma storico del passaggio dai poteri universali, papato e impero, un tempo fonti di spiritualità e di unità tra i popoli, ma ormai divenuti delle vere e proprie camicie di Nesso e, per certi versi, simboli di corruzione, alla nuova forma politica degli Stati nazionali. Appare emblematico al proposito la risposta di Enrico all’orgogliosa rivendicazione di Federico “Io ti ho dato il regno di Germania”. Enrico dunque risponde che appunto “Son cresciuto tedesco, ho coltivato un sogno di libertà della mia terra, con l’intento di svincolare dalla tua tirannide me stesso e i prìncipi tedeschi, che tu perseguiti col pretesto dell’eresia, ma, in sostanza, per compiacere il papa”.

Enrico VII sembra soccombere, ma, in verità, con la sua morte voluta, simbolo dell’irriducibilità della nuova mentalità alla vecchia, si propone quale antesignano dell’orgoglio nazionale, che di lì a poco sarà vincente e adeguato ai nuovi tempi. Infatti, basta soffermarsi su quel mia terra (quando invece giuridicamente era di Federico), su quel svincolare dalla tua tirannide me stesso e i principi tedeschi, su quel sprezzante compiacere al papa per apprezzare che l’interpretazione proposta di passaggio ad una concezione nazionale, o comunque a “qualcosa di nuovo”, da una situazione “universale”, non è poi così peregrina.

Voglio significare che Antonino Cosco è come se avvertisse in quella di Enrico VII la stessa condizione del popolo meridionale, di entità non riscattata, ma sottomessa ad un potere, simboleggiato in Federico II, che incombe in maniera ormai insopportabile, e quindi propone la stessa azione di ribellione e liberazione dell’apparentemente sfortunato Enrico VII. C’è bisogno, insomma, che il Sud risorga, si faccia nazione per “svincolare se stesso […] dalla tirannide”, ovviamente dalla tirannide degli avvenimenti storici e politici che l’hanno ridotto in condizioni di svantaggio e di arretratezza. Si tratta, direbbe più esplicitamente Nino, di far conquistare alle genti meridionali quell’ “unità etnica cosciente di una propria peculiarità ed autonomia culturale”, di ricostituire una Gente, una nazione nel senso letterale della parola (unità etnica cosciente), non certo di rompere l’unità nazionale.


Interessa fare un’ultima annotazione, ma non certo esaustiva, sul teatro di Antonino Cosco.

A me sembra che il suo sia un teatro oltre che, ovviamente, di situazione di “parola”, non propriamente un teatro d’azione. Attraverso la parola, Nino finisce col manifestare l’urgenza interiore di esplicitare le sue passioni e la sua intelligenza della storia.

L’impianto narrativo viene costruito in modo originale, e probabilmente sulla scorta rivisitata del coro delle tragedie classiche, su una prima parte precipuamente dialogica tra due o tre personaggi, che mettono a fuoco le vicende di cui il dramma si compone, come appunto in un coro classico, e infine su una seconda parte in cui quelle vicende ricevono impulso drammatico e risolutivo attraverso il o i personaggi-chiave.

Nino amava la libertà.

[Luigi Capozza]





 

 

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04/10/2005

 

 

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